Domenica 17 maggio 2026 – La UIL Basilicata torna a denunciare quanto sta accadendo all’interno dell’appalto RINA presso il Centro Oli di Viggiano, una situazione che rischia di trasformarsi in un precedente gravissimo sul piano dei diritti sindacali, del diritto di sciopero e della rappresentanza dei lavoratori.
Tutto nasce dal cambio d’appalto che ha coinvolto circa 400 lavoratori precedentemente impiegati in un unico appalto. Le attività sono state successivamente suddivise e assegnate a diverse imprese, con l’applicazione di contratti differenti: dal contratto Energia e Petrolio al Metalmeccanico, fino ad un contratto specifico applicato da RINA e sottoscritto a livello nazionale dalle organizzazioni sindacali del settore trasporti.
Uno “spezzatino” di appalto che – afferma il Coordinatore Oil&Gas della Uil
Giovanni Galgano – ha immediatamente generato tensioni e criticità, soprattutto perché all’interno della stessa ATI convivono aziende che applicano contratti diversi pur operando negli stessi spazi e sulle stesse attività. Una situazione che ha già rappresentato un elemento di forte criticità sindacale e organizzativa durante tutta la fase di cambio appalto, conclusasi solo dopo lunghi confronti e accordi separati nei singoli segmenti dell’appalto.
Da quel momento in poi, però, il clima all’interno del cantiere è progressivamente peggiorato. In particolare, nella gestione delle attività affidate all’ATI Sivam-RINA, dove Sivam applica il contratto Energia e Petrolio mentre RINA applica un contratto specifico di settore.
Sin dall’inizio . denuncia Galgano – è apparso evidente come RINA non volesse riconoscere il valore della rappresentanza sindacale territoriale, tentando di gestire problematiche locali attraverso RSU di gruppo elette lontano da Viggiano e ormai peraltro scadute da tempo. Una scelta che mortifica il territorio e svuota di significato il diritto dei lavoratori ad essere rappresentati da chi vive quotidianamente i problemi del sito produttivo.
Ma la situazione assume contorni ancora più gravi sul piano della sicurezza. Sta infatti passando, non solo in questa azienda ma anche in altre realtà nate dallo “spezzatino” dell’appalto, il principio secondo cui la figura del RLS debba essere individuata lontano dal territorio, con rappresentanti che non conoscono nemmeno il Centro Oli, le attività svolte o i rischi specifici presenti nel sito.
Una situazione inverosimile, soprattutto in un contesto delicato come quello della sicurezza sul lavoro, dove invece dovrebbe prevalere il valore dell’unità, della presenza concreta e della conoscenza reale dei luoghi di lavoro. Pensare ad un RLS distante centinaia di chilometri dal sito produttivo significa svuotare di significato il ruolo stesso della rappresentanza sulla sicurezza.
Quando non si vuole riconoscere nemmeno il ruolo del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di sito, legato all’unità locale e alla quotidianità del cantiere, significa essere lontani anni luce da ciò che realmente dovrebbero rappresentare i valori della sicurezza e della tutela del lavoro.
Troppo spesso dai palchi, nei convegni e nelle relazioni ufficiali si parla di cultura della sicurezza, partecipazione e centralità del lavoratore. Ma poi, nella realtà quotidiana vissuta dai lavoratori, emerge una storia completamente diversa, fatta di distanze, mancato ascolto e compressione dei diritti di rappresentanza.
Nel frattempo – ricorda Galgano – si sono susseguiti diversi incontri su problematiche legate all’organizzazione del lavoro e alle condizioni imposte ai lavoratori. Tra queste, anche sistemi di penalità economiche e clausole che rischiano di scaricare sui lavoratori eventuali costi o responsabilità in caso di dimissioni, licenziamenti o futuri cambi d’appalto.
Di fronte a questo clima di tensione e alle continue criticità, le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero per il 24 febbraio. Ma, incredibilmente, la sera prima dello sciopero la Commissione di Garanzia ne ha disposto la sospensione sostenendo che le attività svolte fossero da considerarsi essenziali.
Una decisione gravissima, assunta senza conoscere realmente le attività svolte, senza verificare il contratto applicato e senza approfondire la natura dell’appalto. Infatti il contratto applicato da RINA non prevede né procedure di raffreddamento né attività classificate come essenziali.
Per oltre vent’anni queste stesse attività sono state svolte da diversi appaltatori senza che nessuno avesse mai ritenuto di limitare il diritto costituzionale allo sciopero. Oggi invece, improvvisamente, qualcuno prova a trasformarle in attività essenziali per impedire ai lavoratori di esercitare un diritto sacrosanto garantito dalla Costituzione.
La UIL Basilicata ritiene che dietro questa vicenda vi sia il tentativo di comprimere il diritto di sciopero, indebolire la rappresentanza sindacale e costruire un sistema di gestione degli appalti sempre più frammentato e meno trasparente.
Il tutto avviene all’interno di un’ATI caratterizzata da una forte commistione di attività, spazi e organizzazione del lavoro, una situazione che rende facilmente configurabile anche il rischio di improprie forme di interposizione di manodopera, aspetto sul quale chiediamo verifiche immediate.
Per questo motivo la UIL Basilicata ha già interessato Sua Eccellenza il Prefetto, ha formalizzato specifiche contestazioni alla Commissione di Garanzia e ha inviato un ulteriore sollecito affinché venga finalmente chiarita la posizione della Commissione rispetto ad attività che storicamente non sono mai state considerate essenziali.
Chiediamo inoltre ad ENI di verificare attentamente quanto sta accadendo all’interno dell’appalto e all’Ispettorato del Lavoro di approfondire tutte le criticità denunciate.
“Non possiamo accettare – dichiara Giovanni Galgano – che attraverso lo spezzettamento degli appalti si tenti di ridurre i diritti dei lavoratori, limitare la rappresentanza sindacale e impedire persino l’esercizio del diritto di sciopero. Viggiano merita relazioni industriali serie, trasparenti e rispettose della dignità delle persone.”

