Pittella come Penati: “Sembra non esserci nemmeno un’intercettazione che inchiodi il presidente”

Supponiamo che Marcello Pittella, come Penati, esca assolto da questa vicenda. I media, la gente, l’opinione pubblica gli riserveranno lo stesso tempo, la stessa attenzione che, al contrario, gli hanno riservato nella fase delle accuse?

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La notizia degli arresti domiciliari del governatore lucano, Marcello Pittella, ha fatto, ormai, il giro del mondo. Sembra che le vicende in cui scatta il fermo per un politico siano, per la stampa, una sorta di occasione per accanirsi sul malcapitato di turno. Nessuna parola sul dramma umano.

Sembra, a tutto vantaggio di una maggiore tiratura di copie, importarle poco del dramma che si consuma sulla pelle di chi subisce una misura cautelare così severa. Conta solo la notizia.

Prima di andare avanti su questo tema ,però, vorrei ricordare ai lettori il caso Penati di Milano.

Tritato, distrutto, sbattuto su tutte le prime pagine dei giornali per fatti che non aveva mai commesso e da cui è uscito, con formula piena, assolto.

Stiamo attenti, quindi, nel rispetto della dignità umana e, credo, anche verso noi stessi, ad emettere giudizi che umiliano l’integrità morale degli esseri umani.

Dovranno essere i giudizi di merito a sentenziare la colpevolezza, non certo le valutaziomi, tra l’altro sprovvedute e prive di riscontri, della gente o, peggio ancora, di un circolo mediatico che, per esigenze di odiens, distrugge le persone, dimenticando che esse meritano, in assenza di una sentenza di colpevolezza passata in giudicato, assoluto rispetto.

Mi chiedo e vi chiedo: supponiamo che Marcello Pittella, come Penati, esca assolto da questa vicenda. I media, la gente, l’opinione pubblica gli riserveranno lo stesso tempo, la stessa attenzione che, al contrario, gli hanno riservato nella fase delle accuse?
Gli chiederanno scusa per averlo giudicato, prima ancora che fosse giudicato, nel merito e sui fatti, da una corte?

Personalmente credo di no. Abbiamo, purtroppo, costruito una società iniqua, cattiva che gioisce delle sventure altrui, come se il tutto le consentisse di riscattarsi dalle frustrazioni e dalle ingiustizie di cui si sente vittima. Non funziona così, non è, certamente, questo il modo migliore per rappresentarsi come persone mature, responsabili e dai valori umani sani.

A Penati è stata distrutta la vita, gli è stata stroncata una carriera politica importante, ma, ancor peggio, lo hanno messo nella difficile condizioni di dover dare ai propri figli spiegazioni di cose di cui non era responsabile. Lo hanno fatto sentire, tra la società civile, un appestato, una persona da evitare.

Lo hanno lasciato tutti, terribilmente, solo. Questi siamo noi.

Ripartendo dal povero Penati e ritornando al caso Pittella, voglio ricordare a chi legge, che da ciò che ho letto, relativamente alle intercettazioni telefoniche, sembra che non ci sia una sola telefonata del Presidente Pittella a chicchesia per alterare o modificare graduatorie o concorsi. Il suo nome viene fatto solo e sempre da altri.

Sono gli altri a parlare di liste, di segnalazioni del Governatore, ma lo straccio di una telefonata che inchiodi il Presidente Pittella sembra non esserci.

Gli inquirenti, in ogni caso, hanno stabilito che il deus ex machine fosse il Governatore Lucano.

Personalmente credo che alla base di tutto questo ci sia la chiara la volontà di tagliare le gambe ad un uomo che, venuto dalla periferia, era riuscito ad occupare la sedia più importante della politica lucana, quella di presidente della giunta regionale.

Questa cosa, probabilmente, non è mai andata giù a chi crede di essere e fare tutto in politica e dal momento che la preparazione, le capacità e la dedizione di Marcello Pittella non consentivano altre soluzioni per potersene liberare, non c’era altro modo che far scoppiare, ad orologeria, siamo a quattro mesi dal rinnovo del consiglio regionale lucano, una bomba giudiziaria che lo mettesse fuori gioco.

Mi auguro che Marcello Pittella non si lascerà piegare dalla crudeltà e dalla cattiveria di chi lo vuole fuori dalla politica e riparta dalla gente, per la quale, da sempre e per sempre, si è adoperato e speso fino all’ultimo respiro. La sua rinascita ripartirà, di questo ne sono certo, da loro, dai più umili, dagli ultimi e dai penultimi. Questa sarà la sua prima grande e vera sentenza di assoluzione piena.

Quanto a me, sono e resto vicino all’uomo, al padre e al politico che, come il padre, ha fatto dei bisogni della gente la propria ragione di vita.

Pagare con gli arresti domiciliari tutto ciò, credetemi, non lo trovo giusto, non solo per la terra lucana, ma per  l’intera umanità.

Franco Scorza
Castelluccio