Maglietta: “Ho preferito lavorare, piuttosto che cedere alle provocazioni”

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Di seguito l’intervista di Controsenso al commissario dell’A.O.R. San Carlo, dottor Rocco Maglietta.

Di Virginia Cortese 

Abbiamo incontrato il Commissario dall’Azienda Ospedaliera Regionale “San Carlo”, il dott. Rocco Maglietta, al termine del suo attuale mandato, e con lui abbiamo tracciato il bilancio degli ultimi quattro anni.
Il testimone passa ora al dott. Angelo Cordone, designato da pochi giorni. Stile inequivocabilmente epicureo, quello che ha caratterizzato l’esperienza del dott. Maglietta, che ha preferito – come leggerete nell’intervista – “lavorare più che cedere alla tentazione di raccogliere provocazioni”.

Caso Ospedale di Melfi. È noto, la cronaca ne ha riportato i dettagli, che ci fosse un problema a uno strumento di controllo dei peacemaker e che fosse terminata la carta specifica che registra gli Ecg. Ciò ha generato alcuni malumori. Quanto, difficoltà di questo ordine, sono conseguenza della legge di riordino?

Credo vi sia stata una sorta di speculazione su quella vicenda. Alcune verità sono emerse, altre non sono verità. Lo strumento citato ha avuto un’avaria, è stato mandato in assistenza e si è risolto il tutto. Se poi l’attrezzatura va sostituita, lo si fa con una programmazione sugli investimenti con stanziamenti regionali dedicati agli acquisti. Quindi la Legge 2 non ha influito sulle criticità evidenziate.

Come è “cambiato” il San Carlo dopo la Legge di riordino?

Con la Legge di riordino alle attività del San Carlo sono state annesse quelle dei tre Psa (Melfi, Villa d’Agri e Lagonegro) rimandando tutta la progettualità al Piano sanitario. Il Piano sanitario è il più importante strumento di politica sanitaria in cui le scelte si tarano sui bisogni della popolazione e al quale il management sanitario deve adeguare la propria azione gestionale.
Vorrei contestualmente invitare ad una riflessione. Quando si parla di Sanità, si pensa e si discute solo di ospedali. Ma l’ospedale, il posto in cui si deve andare di meno e in cui si deve stare il meno possibile, è solo uno degli aspetti che concorre al sistema globale. I veri bisogni sanitari sono totalmente cambiati negli ultimi decenni e la sanità deve, quindi, adeguarsi. La popolazione è invecchiata e c’è una maggiore necessità e richiesta di assistenza domiciliare. L’unica risposta riconosciuta dalla comunità, ma non l’unica che c’è, resta l’ospedale perché viviamo in una cultura ospedale-centrica. La vera alternativa, tuttavia, sono i percorsi che devono essere sempre più personalizzati e vicini alle nuove esigenze dei pazienti. In questa logica, ad esempio, non è stato mai evidenziato il percorso attivato dall’Azienda ospedaliera e da quella territoriale (la centrale dimissioni), indirizzato a tutte le dimissioni dei pazienti fragili che hanno bisogno di una serie di aiuti di tipo medico, infermieristico e di ausili (carrozzella, letti con materassi anti decubito, etc.). In questa centrale, si incontrano i medici e gli operatori sanitari, si confrontano, e quando gli utenti vanno a casa, hanno tutto ciò che è necessario per poter continuare, nel proprio domicilio, le cure di cui hanno bisogno. È questo un esempio della così detta “presa in carico totale” del paziente, anche per evitare il riacutizzarsi delle patologie di base. Solo così si offre una risposta attenta ed efficace sul territorio che può produrre dei vantaggi per il cittadino e per il sistema, evitando in tal modo ricoveri inappropriati.

Quindi se la vostra parte è stata fatta, magari è la Politica a non aver agito correttamente?

Le dinamiche della politica sono complesse, non entro nel merito. Fatta la legge, la devo applicare ed è facile perché ho le coordinate e gli strumenti. Quando si fa un piano sanitario, invece, la discussione interessa più soggetti, più visioni, e diventa ovviamente più complesso fare una sintesi che vada a soddisfare tutte le richieste e le esigenze. A questo va aggiunto che il tutto va realizzato a risorse limitate.

Questione carenza di personale e mancanza di ricambio generazionale. Il dott. Negrone, ds dell’Asp, lo lamentava in un’intervista della scorsa settimana alla nostra testata. Conferma che questa è una delle criticità del sistema sanitario regionale?

Il fenomeno è nazionale perché le norme che regolano le assunzioni sono di finanza pubblica e pertanto inderogabili nonostante le numerose richieste di deroghe del governo regionale.
Mancano poi gli specialisti. Problema che in parte dipende anche dalla programmazione della formazione universitaria.
Ad esempio mancano specialisti nel Pronto Soccorso, nella Rianimazione, in Pediatria, in Neonatologia sia per un’inadeguata programmazione sia per la scarsa attrattività di molti ospedali di base.

E se ci fosse la Facoltà di Medicina in Basilicata, si risolverebbe?

Aiuterebbe ma non risolverebbe. La questione infatti non è tanto nel numero di medici che si laureano, quanto il numero di quelli che accedono alle specializzazioni. Infatti solo il 30% dei laureati in medicina accede alle specializzazioni.
L’Università di Basilicata ha comunque dato un grosso contributo per cercare di istituire il corso di laurea in Medicina e Chirurgia nel San Carlo. Tuttavia occorre ricordare che la normativa nazionale è molto vincolante sia per gli aspetti formali sia per quelli economici.

Nell’arco del suo mandato, quali sono stati i momenti più difficili vissuti? Si può annoverare il “caso Radioterapia”?

Senza dubbio. Va ricordato, però, che mi sono insediato nell’ottobre del 2014 in seguito alle dimissioni della Direzione Strategica proprio per la vicenda della Cardiochirurgia che ha avuto una risonanza mediatica drammatica anche a livello nazionale. Quindi il primo impegno è stato quello di riportare un clima di serenità nell’ambiente anche con interventi organizzativi importanti ed innovativi quali i percorsi per intensità di cura che hanno interessato tutto il Dipartimento Cardio-vascolare. Oggi possiamo ritenere che la criticità è stata completamente superata. Certamente le innovazioni organizzative e le scelte gestionali hanno bisogno di tempi fisiologici per produrre effetti e infatti, nel caso di specie, dal 2016 ad oggi, la mortalità per by-pass aortocoronarico presso la U.O.C. di Cardiochirurgia, è passata dal 6.37% al 3%, in linea con il dato nazionale, mentre la mortalità per gli interventi sulle valvole cardiache è passata dal 6.72% al 1.24%, ben al di sotto, quindi, della media nazionale. A questo va aggiunto un significativo incremento dei volumi chirurgici passati dai circa 200 interventi del 2016 agli attuali 350. Questo incremento delle attività sta portando ad una riduzione della mobilità passiva e ad un aumento dei pazienti che da fuori regione scelgono di operarsi presso la nostra Cardiochirurgia. Il tasso di attrazione è infatti passato dal 13.72% del 2016 all’attuale 15.73%. Questo dato significativo è da attribuire alla introduzione di tecniche operatorie innovative e mini-invasive che hanno consentito il miglioramento degli esiti in termini di mortalità, di riduzione dei tempi e costi di degenza, di una più rapida ripresa funzionale e, non da ultimo, di un miglior impatto estetico legato all’assenza della sternotomia e della relativa cicatrice visibile sul petto dei pazienti. Tutte innovazioni queste apportate dall’arrivo dei nuovi direttori di Struttura complessa.
Per quanto riguarda la Radioterapia, invece, abbiamo vissuto un momento tecnicamente difficile da spiegare. Una cosa va sottolineata: la parte lesa resta l’ospedale. La direzione, appena è venuta a conoscenza della segnalazione relativa alla consegna di uno strumento datato 2008 e acquistato invece come nuovo di fabbrica, ha chiesto chiarimenti all’azienda fornitrice del servizio e ha notiziato la Procura della Repubblica. Mi risulta che sono in corso le indagini. Vorrei comunque sottolineare che la macchina è tecnicamente idonea e funzionante, ma che per una questione di giustizia andava rivendicato il diritto alla corretta esecuzione del contratto per il quale è stata avviata la procedura di risoluzione.

Intanto, il progetto della Radioterapia unica regionale è attivo e prevede un’unica regia, in capo all’ospedale oncologico di Rionero, e la diffusione capillare per ora a Potenza e successivamente anche a Matera e a Lagonegro. L’obiettivo del progetto è che i pazienti oncologici trovino risposte sempre più vicine alla loro residenza. Considerate che le cure radioterapiche sono lunghe nel tempo ma brevissime nell’applicazione giornaliera. Vorremmo quindi evitare di aggravare, con viaggi estenuanti, quanti hanno già il dramma di una malattia oncologica da gestire. Va pensato perciò un modello diffuso di medicina nell’ottica di un ospedale che vada verso i pazienti e non viceversa.

I fattori sanitari sono interconnessi a quelli sociali e a quelli della dimensione psicologica dell’uomo. Come si fornisce una risposta trasversale efficace?

È cambiata la medicina, così come è cambiato il paziente. Ai neo laureati in Scienze Infermieristiche, qualche giorno fa, ho spiegato che il sapere non si ferma mai e che è importante evolversi nella formazione e agire guidati dalla passione se si ha rispetto per la professione che si è scelta. Umanizzare attraverso la cultura può essere una strategia vincente. Quando la patologia è seria uno dei grandi problemi diventa la solitudine che può sfociare nella depressione. Uscire dalla dimensione assoluta della cura e immergersi in contesti di socializzazione è quindi fondamentale. L’Hospice del San Carlo è un esempio. Un luogo nel quale i pazienti hanno bisogno soprattutto di attenzioni e di quel necessario livello di sensibilità che viene offerta loro dai medici, agli operatori e dai volontari che operano nel reparto. Pazienti che non possono essere abbandonati al loro destino ma che devono diventare parte di un circuito virtuoso, pur prescindendo dalla dimensione assoluta della medicina. A supporto di questa idea abbiamo programmato, in collaborazione con l’Asp, una struttura aperta che ospiti l’Hospice che consenti ai familiari di stare vicino ai loro malati ogni volta che lo desiderino.

Al successore che consiglio sente di dare?

Nessuno perché è uomo di grande qualità ed esperienza. Posso solo dire che il San Carlo è un ospedale che ha bisogno amore e di grande attenzione. Un ospedale che ha tante qualità, personale qualificato e disponibile, servizi e mezzi ultra tecnologici come pochi altri Centri in Italia. Un punto di riferimento regionale e un punto nevralgico per i pazienti delle regioni limitrofe.

Perché ha scelto di mantenere un profilo “poco mediatico”, durante il suo percorso da Commissario?

Un direttore generale deve lavorare in silenzio e dare spazio agli altri. Non sono io l’attore protagonista. Al massimo posso aver svolto il ruolo di un regista che sta dietro la macchina da presa. Ci metto le idee e devo essere capace di scegliere gli attori giusti per realizzarle. Più si lavora e meno si è attratti dalle discussioni inutili. Sono i fatti a fare la differenza. Ora ho più tempo e posso dedicarmi a narrare, se ci sarà occasione, ma senza aspirazioni e velleità. Ho iniziato a lavorare il 1 dicembre del ‘78, sono medico da 40 anni, ho avuto l’onore di vivere tre mandati al San Carlo oltre le esperienze in Asm e al Crob. Che dire? Sono state “strade” soddisfacenti, perché vissute concentrandomi sulle azioni e non sulle parole.

Per concludere: che struttura ha trovato e che San Carlo lascia?

Nel 2014 sono entrato in un ottimo ospedale, ben gestito, in equilibrio di bilancio e dotato di ottime professionalità. Come dicevo anche prima l’unica vera criticità era rappresentata dalle conseguenze della vicenda della Cardiochirurgia. Lascio un ospedale in salute e in evoluzione. Con alcuni nuovi percorsi organizzativi già terminati, altri in itinere. Abbiamo introdotto importanti innovazioni sul piano tecnologico (Pet-Tac), strutturale (Trauma Center) e organizzativo (Accettazione e Pronto Soccorso ostetrico). Ma soprattutto, lascio un ospedale con i conti in ordine.
Un ringraziamento per quanto fatto in questi anni lo voglio fare a tutto il personale del “San Carlo” e a chi, più da vicino, ha coadiuvato il mio lavoro: il direttore amministrativo, la dottoressa Maddalena Berardi, e il direttore sanitario, il dottor Antonio Picerno.

Virginia Cortese

FONTE: Controsenso