Da settimane, nel pieno della tensione energetica internazionale, la nostra regione continua a registrare il prezzo della benzina più alto d’Italia. Non è una suggestione né un artificio polemico. È un dato che si ripete e che, proprio per questo, non può essere trattato come una semplice oscillazione di mercato. E soprattutto è dimostrato dalle elaborazioni dei dati ministeriali.
Il punto non è soltanto economico. È politico, ed è persino simbolico.
Perché la Basilicata è una terra che da anni conosce molto bene il linguaggio dell’energia: lo conosce nei pozzi, nelle compensazioni, nelle promesse, nei costi ambientali e sociali che si scaricano sui territori. Eppure, mentre convive con tutto questo, si ritrova a pagare alla pompa più del resto d’Italia. È un paradosso che interroga il senso stesso del rapporto tra risorse e diritti, tra ricchezza estratta e povertà restituita.
Per questo avevamo chiesto, già a fine marzo, dopo l’esposto presentato da A.Ba.Co. Basilicata alla Guardia di Finanza, l’audizione del direttore generale Michele Busciolano, delegato alla gestione delle relazioni istituzionali in materia di accordi di compensazione economica e ambientale per risorse idriche ed energetiche. Era atteso questa mattina in III Commissione consiliare, ma non si è presentato. Ci sarà forse una ragione, e sarebbe opportuno conoscerla. Ma resta il fatto politico: nel momento in cui la Basilicata avrebbe bisogno di parole chiare, è arrivato ancora una volta il vuoto.
Ed è proprio questo vuoto che pesa.
Perché qui non manca soltanto una risposta tecnica. Manca un’assunzione di responsabilità. Manca la volontà di dire alle cittadine e ai cittadini perché, in una regione che produce energia e ne sopporta le conseguenze, il carburante continui a costare più che altrove. Manca il coraggio di nominare il problema per quello che è: una distorsione che colpisce una popolazione per la quale l’automobile non è un lusso, ma una condizione materiale della vita quotidiana.
In Basilicata il carburante non è una voce secondaria. È lavoro, scuola, salute, mobilità, tempo. Quando il suo prezzo cresce oltre misura, a essere colpita non è una categoria astratta di consumatori, ma l’ossatura concreta della società lucana.
E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa non sta funzionando? Dove si produce questo scarto? Nella filiera? Nei controlli? Nell’inerzia politica? Nella rinuncia, ormai abituale, a difendere davvero questa regione quando si tratta di trasformare le sue risorse in vantaggi collettivi?
Su questo non bastano più formule neutre o rassicurazioni generiche. Se la Basilicata continua a essere la più cara d’Italia sul prezzo dei carburanti, occorre dirlo con nettezza e occorre spiegare perché. Non per alimentare una polemica, ma per ristabilire un principio minimo di verità pubblica.
Per troppo tempo in questa regione si è chiesto ai cittadini di sopportare: sopportare le estrazioni, sopportare l’impatto ambientale, sopportare l’assenza di dati epidemiologici relativi all’impatto sanitario delle estrazioni, sopportare la narrazione delle compensazioni come se fosse già giustizia.
Ma una comunità non vive di compensazioni raccontate. Vive di diritti concreti, di trasparenza, di scelte capaci di redistribuire davvero i benefici delle risorse che il territorio offre.
È questo il punto che oggi torna con forza. Non basta registrare il primato negativo. Bisogna spezzarlo. E per spezzarlo bisogna finalmente dire la verità: perché in Basilicata si continua a pagare il carburante più caro d’Italia e quale idea di politica energetica la Regione abbia, al di là delle misure di facciata e dei bonus pensati più per la propaganda che per cambiare strutturalmente le cose.
La questione, in fondo, è tutta qui: una terra ricca di risorse non può continuare a essere povera di risposte, hanno concluso Alessia Araneo e Viviana Verri

