Il padre orco ai domiciliari. Indignato il Sindacato di Polizia Penitenziaria

In troppi casi come questo - sostiene il segretario generale del S.PP - si adottano provvedimenti giudiziari troppo benevoli che non rispondono alla domanda di un Paese democratico e civile di fare vera giustizia in primo luogo alle vittime specie se minori

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E’ mai possibile che nessuno si indigni di fronte al fatto che il padre-orco che per anni ha violentato a Matera la figlia sia agli arresti domiciliari e non rinchiuso in una cella di un istituto di pena, magari dopo aver buttato le chiavi della cella ?

E’ l’interrogativo del Segretario Generale del S.PP. (Sindacato Polizia Penitenziaria) Aldo Di Giacomo per il quale “siamo di fronte ad un delitto infame che ha distrutto la vita di una ragazzina e non richiede alcuna clemenza nei confronti del responsabile”.
In troppi casi come questo invece si adottano provvedimenti giudiziari troppo benevoli che non rispondono alla domanda di un Paese democratico e civile di fare vera giustizia in primo luogo alle vittime specie se minori.

Un dato su tutti: in Italia sono circa 11 mila (di cui una quarantina in Basilicata) tra inquisiti e condannati (in gran parte in primo e secondo grado) che si trovano agli arresti domiciliari piuttosto che in carcere.
E’ l’effetto – afferma Di Giacomo – dei provvedimenti che ci ha lasciato in eredità l’ex Ministro di Grazia e Giustizia Orlando che come S.PP. abbiamo battezzato “svuotacarceri”.
Perché di questo si tratta: attraverso le cosiddette pene detentive alternative come l’aumento della liberazione anticipata a 75 giorni a semestre, l’affidamento a servizi sociali, il lavoro esterno al carcere, per non parlare della costituzione delle camere dell’amore ed un insieme di altre assurdità,  di fatto si cancella la certezza della pena rispetto al delitto compiuto.
Persino stupratori e uomini violenti, magari dopo qualche giorno di carcere, sono rispediti a casa. Questo – aggiunge il segretario del Sindacato  Polizia Penitenziaria – con l’alibi di dover alleggerire il sovraffollamento delle nostre carceri e nel caso di reati sessuali scongiurare il fenomeno, ancora frequente, che altri detenuti “facciano giustizia” da se contro i violentatori di donne e ragazzi.
Per noi – conclude Di Giacomo – la confusione tra vittima e carnefice non è più tollerabile.