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L'EDITORIALE. Diritto di morire, un caso di coscienza

USB - Ufficio Stampa Basilicata 2 Marzo 2017
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L’editoriale di Nino Cutro

nino cutro

L’ho incontrato a Lourdes: 25 anni, da dieci legato ad una macchina per continuare a vivere, se mai questo potesse significare vivere, considerando che era praticamente immobile. Arti bloccati, testa bloccata. Riusciva a comunicare con lo sguardo attraverso un monitor che traduceva quello che voleva dire.

Un giorno scrisse: “Ma che vita è questa? Lasciatemi morire”.
Non era la prima volta che si recava alla grotta di Massabielle. Che questo potesse accadere a Lourdes, un luogo di preghiera, dove ognuno si mette nelle mani della Vergine Maria, mi sconvolse.
“Lasciatemi morire”. Questa frase mi è tornata spesso alla mente, ancora di più in questi giorni con il caso di Fabiano Antoniano, cieco e tetraplegico da quasi tre anni, costretto ad andare in Svizzera per morire perché in Italia la proposta di legge sul fine vita è ferma in parlamento da anni.
Più volte Dj Fabo, com’era conosciuto nell’ambiente della musica, aveva chiesto che gli venisse riconosciuto il suo diritto di scegliere se e come morire. Non ha avuto risposta e, per porre fine ad una vita che per lui non aveva più senso, è dovuto andare in Svizzera.
Il problema non è il dove e il perché si deve emigrare anche per questi casi.
E’ un problema di coscienza che pone tutta una serie di domande: è giusto che uno possa scegliere di che morte morire? E’ giusto accanirsi terapeuticamente per tenere in vita chi, se potesse, deciderebbe diversamente?
Queste ed altre domande tornano prepotentemente in questi giorni quando, come spesso accade nel nostro paese, la strumentalizzazione politica la fa da padrona per nascondere responsabilità, sicuri che ancora una volta ogni decisione sarà rinviata.
Intanto qualcun altro andrà all’estero per decidere di porre fine in maniera dignitosa alla propria vita. Altri lo faranno “illegalmente”.
Qualcuno mi obietterebbe: ma può farlo? La vita è sacra. Solo Dio può toglierla. Ecco, veniamo al punto: solo Dio può toglierla.
Ricordo da bambino gli anziani che, alla domanda “Come stai”, rispondevano “Come vuole Dio”.
Appunto: come vuole Dio. Allora lasciamo fare a Lui. Non ci accaniamo con terapie e cure a tenere legato ad una macchina chi, se potesse, probabilmente direbbe: “staccatemi”.
Sarebbe molto rischioso banalizzare il problema. La risposta ognuno la deve trovare nella propria coscienza, con tutto il dramma che questo comporta.
Risposte difficili. Come lo sono state per la moglie e per la sorella di Fabo. Come lo sono state per i parenti di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Lucio Magri. Ma sfido chiunque a dimostrare che le loro scelte non siano state per amore e per rispetto di quelle persone. Eppure non sono mancate le polemiche. Si è impedito finanche di celebrare il funerale in chiesa. Da cattolico, da credente, mi sono vergognato. Dio è amore. Amore infinito.
Ma è proprio facendo riferimento all’infinito amore di Dio che non si accetta che qualcuno decida di morire senza attendere che il progetto che Lui ha per ciascuno di noi si completi. Ma è anche vero che, perché questo accada, non si deve interferire. La scienza, la medicina, l’egoismo umano non devono rallentarlo o condizionarlo. E torna la frase degli anziani: “Come vuole Dio”.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: “Nino e tu che faresti?”. Risposta: “Farò il testamento biologico. Dio mi perdoni”.

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Tag dj febo, Englaro, eutanasia, Magri, Welby
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