Non solo avrebbero sversato tricloroetilene nelle acque del torrente Tora, un affluente del Basento, ma avrebbero anche interrato rifiuti speciali pericolosi e non proceduto alla bonifica della zona distraendo una cifra che ammonta a 20 milioni di euro destinati a quello scopo.
Le accuse per 14 imputati, rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Potenza è quella di disastro ambientale e mancata bonifica del sito dove ancora oggi insiste ciò che resta della Daramic.
Si tratta dell’unica compagine italiana dell’omonima multinazionale statunitense leader nel mercato della produzione di componenti per separatori di batterie, che dal 1997 aveva una sede nella zona industriale di Tito scalo, nel potentino. La storia del presunto inquinamento è emersa nel 2003 quando la stessa Daramic si era autodenunciata dopo aver scoperto di essere, a suo dire inconsapevolmente, responsabile della dispersione di agenti chimici nel suolo. A seguito di indagini, nel 2005 nei terreni e nelle fale acquifere sottostanti i circa 48.000 metri quadrati del sito, erano state registrate contaminazione da tricloroetìlene, in concertazioni superiori ad un milione e quattrocentomila volte i limiti stabiliti dalla legge. Nel 2010 la sede titese della Daramic aveva cessato tutte le attività.
Le indagini, condotte attraverso accurati sopralluoghi, analisi documentabili e numerose intercettazione telefoniche, hanno consentito di raccogliere una serie di elementi investigativi non solo a carico dei dirigenti delle società ma anche di alcuni funzionari pubblici. Infatti sono state rinviate a giudizio 11 persone e tre società, tra gli imputati, oltre ai responsabili delle società che si erano avvicendate nella proprietà del sito, ci sono anche tre dirigenti del ministero dell’Ambiente, due dirigenti e un funzionario della Regione Basilicata. Il 10 giugno prossimo prenderà il via l’udienza preliminare del processo davanti al gup del tribunale di Potenza, Salvatore Pignata.

