Torna sul palcoscenico “A momenti ti mettevi a volare”

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Dopo un debutto scoppiettante, andato in scena al Teatro Stabile di Potenza dal 24 al 28 giugno dell’anno appena concluso, torna sul palcoscenico “A momenti ti mettevi a volare”, la pièce teatrale liberamente ispirata al romanzo di Giuseppe Lupo “Gli anni del nostro incanto” (Marsilio Editori) e firmata dal regista Dino Becagli.

Al centro dello spettacolo, così come tra le pagine del libro, c’è la città di Milano, una figlia, Vittoria – interpretata da Daniela Ditaranto – che si rivolge alla madre, Regina – interpretata da Giovanna Vignola – nel tentativo di farle tornare alla mente i ricordi di una vita. “Soggetto amnestico post trauma”,sentenzia la diagnosidei medici. Ne scaturisce un lungo soliloquio, alternato,dei personaggi che intervengono in scena: ora la figlia che insiste nel parlare e raccontare alla madre perché “solo i ricordi alimentano altri ricordi”; ora il figlio, Bartolomeo – detto Indiano, interpretato da Giovanni Pelliccia – un ragazzo che fa a pugni con un costante malessere interiore, che vive e attraversa tutte le epoche narrate diventandone quasi lo specchio che ne riflette, volta per volta, la metamorfosi al punto da lasciarsi poi inghiottire dalla violenza di quegli ultimi anni; ora il marito, Luigi – detto Louis, interpretato da Giuseppe Pergola – operaio emigrato che, pieno di speranza, parte dal suo paesino del Sud a cercar fortuna nella “Gran Milan” (scelta appositamente dall’autore come simbolo del benessere italiano) per migliorare la sua condizione di vita, “per essere all’altezza degli anni alti”.

La chiave di lettura è quella del valore dei ricordi, nel segno di una melanconia pungente che non eccede nel sentimentalismo. Quello che emerge è lo spaesamento di un padre che da un lato rimprovera ai figli, ai giovani in generale, di essere “sdraiati” sulle comodità della società dei consumi senza essere in grado di impegnarsi, dall’altro si interroga e fa autocritica sulla propria capacità di genitore e sul mondo che lui e la sua generazione stanno per lasciare in eredità ai figli. Un confronto generazionale, lucido e critico, non di poco conto.
E poi c’è la musica, quella del Festival di Sanremo- con le interpretazioni canore di Nura Spinazzola e Dino Lorusso – che è molto più che un sottofondo al testo teatrale:è plasmare insieme un racconto musicale con la storia di un Paese scanzonato. Le immagini scorrono da una surreale finestra – elemento essenziale di una scenografia minimalista – da cui si intravede la storia, dagli anni ‘60 agli ‘80, di un’Italia che non c’è più: il boom economico, la nascente grande industria e la speranza di una vita più ricca;le imprese spaziali e gli anni della guerra fredda; il Sessantotto, con le contestazioni giovanili;i cosiddetti anni di piombo,le Brigate Rosse, il terrorismo, la strage di Piazza Fontana, l’uccisione di Aldo Moro.
Quando, oramai, tutto l’incanto sembra finire.
Sono questi “Gli anni del nostro incanto” raccontati da Giuseppe Lupo, riuscito nella romantica impresa di costruire una storia delicata attorno ad una vecchia fotografia: uno scatto fotografico che immortala, a loro insaputa, un’allegra famigliola in sella ad una Vespa. «Ho trovato quell’immagine molti anni fa sul Corriere della Sera – racconta lo scrittore, durante la sua ultima presentazione a Potenza organizzata dall’associazione culturale Sonoricamente, lo scorso 28 dicembre – l’ho conservata perché mi attirò l’ingenuità dei quattro protagonisti della foto. Così quando ho pensato, anni dopo, di scrivere una storia su quegli anni, sono andato a riprenderla».

In quel piccolo rettangolo di carta bianco e nero, viene abilmente impressa la storia di una famiglia, come potevo essercene tante negli anni Sessanta: una domenica di aprile a Milano, una Vespa, un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una neonata stretta tra le braccia di sua madre. Vengono dalla periferia, sembrano presi dall’euforia del benessere che ha trasformato la loro cronaca quotidiana in una vita “sbarluscenta”–ovvero quella che Regina definiva “l’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo quando ci sentiamo il mondo in tasca”.Quel giorno si festeggia il decimo anniversario del loro matrimonio e la famigliolaè diretta in centro a un tavolino del Bar Motta.
Vent’anni dopo, nei giorni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i Mondiali di Spagna, quella bambina, diventata donna, si trova al capezzale della madre che improvvisamente ha perso la memoria. Il suo compito è di narrarle e farle ricordare il passato, aiutandosi proprio con quella foto.

Un vero e proprio viaggio attraverso il tempo, lungo un ventennio, non solo tra le gioie e i dolori di una saga familiare bensì un vero e proprio racconto generazionale italiano che coinvolge inevitabilmente lo spettatore-lettore: «Sono stato tentato più volta ad abbandonare –confessa Becagli, autore e regista del riadattamento teatrale– però è valsa la pena mettere in scena tutto questo. Perché l’ho fatto? Ho letto il libro. E io non sono uno di quei lettori accaniti, eppure continuavo a sfogliarne le pagine scoprendo tra i personaggi anche quelli della mia vita: in Louis ho ritrovato mio fratello che arrivava da Milano, ma anche la sofferenza di mio padre. Ho versato lacrime. Per questo era necessario farlo, per condividerlo e consegnarlo al pubblico».

«Io penso che la memoria sia l’identità di una persona, di una famiglia, di una nazione. E gli anni che racconto – conclude Lupo– appartengono all’identità di un popolo, quello italiano, che allora ha potuto godere delle ricchezze conquistate, del benessere e, soprattutto, aveva una speranza di futuro. Noi invece abbiamo rimosso quello spirito dell’incanto che animava le persone allora. Ne abbiamo perso l’Epica». Pare che la sfida sia ben riuscita, sia per lo scrittore che per il regista: l’uno che con ilromanzo “Gli anni del nostro incanto” ha vinto il Premio Letterario Viareggio Rèpaci 2018; l’altro che con la pièce teatrale “A momenti ti mettevi a volare” è approdato di nuovo sui palcoscenici lucani: il 3 gennaio al Teatro Ruggiero II di Melfi; poi il 5 e 6 gennaio al Teatro Stabile di Potenza.

Afra Pace