Svimez, la Basilicata ha il tasso di migrazione universitaria più alto del Sud

Il 43,7% degli studenti lucani decide di studiare al Centro-Nord

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Il 25 giugno 2018 la SVIMEZ ha reso nota la valutazione degli effetti economici di breve periodo dell’emigrazione universitaria dal Sud al Centro-Nord.

Nel corso degli ultimi quindici anni si è manifestato, con intensità crescente, un flusso migratorio dalle regioni meridionali verso il Centro-Nord e/o l’estero. La cronica debolezza della domanda di lavoro meridionale è all’origine di questo fenomeno.
All’interno di questo trend, che, come sottolineato dalla SVIMEZ nei suoi Rapporti sin dal 2010, si caratterizza per una rilevante crescita della cosiddetta migrazione intellettuale, se ne è affiancato un altro consistente nel trasferimento di un numero crescente di giovani meridionali che vanno a studiare in università localizzate nelle regioni centrosettentrionali. Si tratta in sostanza della decisione di anticipare la decisione migratoria già al momento della scelta universitaria, con l’obiettivo di avvicinarsi a mercati del lavoro che vengono ritenuti maggiormente in grado di assorbire capitale umano ad alta formazione. “È evidente che la perdita di una quota così rilevante di giovani ha, già di per sé, un effetto sfavorevole sull’offerta formativa delle università meridionali – rileva il Direttore SVIMEZ, Luca Bianchi – ben più gravi, tuttavia, sono le conseguenze sfavorevoli che derivano dalla circostanza che, alla fine del periodo di studio, la parte prevalente degli studenti emigrati non ritorna nelle regioni di origine, indebolendo le potenzialità di sviluppo dell’area attraverso il depauperamento del c.d. capitale umano, uno degli asset più importanti nell’attuale contesto”.

Accanto a questo effetto, che potremmo definire “di più lungo periodo” e di difficile quantificazione, ve ne è un altro, più immediato, probabilmente di minore impatto, ma non per questo trascurabile. “Precisamente – sottolinea Bianchi – la perdita di una quota così rilevante di giovani ha due implicazioni: una minore spesa per consumi privati espressa dai residenti (in diminuzione) all’interno dell’area; una minore spesa per consumi collettivi afferenti al capitolo istruzione. In altre parole, la perdita di questo stock di giovani implica che nel Sud vi sia una minore spesa privata per consumi e un’altrettanta inferiore spesa per istruzione universitaria da parte della P.A. (che in Contabilità nazionale va sotto la voce consumi collettivi)”.

Nell’A.A. 2016/2017 i meridionali iscritti all’Università sono complessivamente 685 mila circa, di questi il 25,6%, pari a 175 mila unità, studia in un ateneo del Centro-Nord. La quota, invece, di giovani residenti nelle regioni del Centro-Nord che frequenta una Università del Mezzogiorno è appena dell’1,9%, pari a 18 mila studenti. Gli studenti “emigrati” per motivi di studio rappresentano, inoltre, circa lo 0,7% della popolazione residente meridionale.

In termini di percentuale su totale degli iscritti, i tassi migratori universitari più elevati riguardano le regioni più piccole del Sud: la Basilicata ha il triste primato di avere il tasso percentuale maggiore del Sud: il 43,7% di giovani lucani preferisce andare a studiare in una università del Centro-Nord, segue il Molise con il 42,2%. In termini assoluti la Sicilia ha perso oltre 40 mila giovani che hanno preferito le università settentrionali.

L’impatto economico prodotto dal trasferimento di 157 mila studenti meridionali al Nord è decisamente negativo: l’emigrazione studentesca  determina una riduzione dei costi sostenuti dagli atenei del Sud per i diversi corsi di studio (costi docenti, costi servizi didattici, costi delle infrastrutture) pari a circa 1 miliardo annuo di minore spesa della PA nel Mezzogiorno.

Il valore complessivo dei consumi privati che, per effetto della migrazione universitaria, viene trasferito dal Sud al Nord è di circa 2 miliardi tra spese alimentari, alloggi, sanità, trasporti, acqua-gas-energia. L’emigrazione studentesca causa, dunque, in termini di impatto finanziario una perdita complessiva annua di consumi pubblici e privati di circa 3 miliardi di euro.