Lunedì 24 agosto 2026 -” La confessione dell’omicidio della signora Maria Vittoria Carbone da parte del figlio impone una riflessione che, ancora una volta, deve restare ancorata ai fatti e non alle semplificazioni”.
Lo afferma in una nota Aldo Di Giacomo, Criminologo ed esperto in fenomeni criminali. Responsabile del progetto Centro Italiano di Analisi Criminologiche.

“In queste ore – prosegue – sta emergendo con forza il dato secondo cui l’uomo fosse seguito dal Centro di Igiene Mentale. È un elemento che può avere rilevanza investigativa e
processuale, ma sarebbe un grave errore trasformarlo automaticamente nella
spiegazione del delitto.
Una presa in carico sanitaria non coincide con la pericolosità sociale, così come una
diagnosi non può essere considerata il movente di un omicidio.
La criminologia – ricorda Di Giacomo – insegna che tra una eventuale condizione clinica, la dinamica relazionale tra autore e vittima, il contesto familiare e la responsabilità penale esistono piani diversi che devono essere tenuti distinti.
Nei casi di matricidio il rischio è quello di cercare immediatamente una spiegazione unica
e rassicurante.
In realtà occorre comprendere il rapporto tra madre e figlio, gli eventuali conflitti pregressi, gli eventi che hanno preceduto il delitto e la concreta dinamica dell’aggressione.
Sarà il lavoro della magistratura, degli investigatori e degli eventuali consulenti tecnici a
stabilire quale peso abbiano avuto i diversi fattori.
Attribuire oggi l’accaduto esclusivamente a una condizione psichiatrica significherebbe anticipare conclusioni che appartengono agli accertamenti e non al dibattito pubblico.
La vera prudenza – conclude Di Giacomo – consiste nel ricordare che una diagnosi può descrivere una persona, ma non spiega automaticamente un omicidio. La diagnosi non è il movente”.


