Sabato 30 maggio 2026 – Di seguito l’omelica del Vescovo Metropolita di Potenza, Davide Carbonaro, durante la messa celebrata per la festività di San Gerardo, Patrono del capoluogo di regione.

“In questi giorni la nostra Chiesa diocesana e in particolare la città di Potenza, si rallegrano per il santo Patrono: San Gerardo La Porta.
Mi sono domandato. Quale è l’origine e il motivo di questa gioia? Un semplice e apprezzabile ritrovarsi insieme con qualche ricaduta nostalgica? Un frammento di emozione momentanea? Un’immagine sfogata del santo Patrono che si perde in racconti ripetuti e slegati dalla loro originaria fonte evangelica e di fede? Un Vescovo si domanda questo, come quando Gerardo venendo da Piacenza, incontrò il popolo potentino e ne conquistò la fiducia. Un Vescovo si domanda che cosa passa nel cuore della sua gente, quali sono le fatiche, le speranze?
Un Vescovo ha orecchi, occhi, perché ciò che accade nella sua Città: gli stili di vita, le scelte esistenziali, le relazioni, le fughe, la visione per il bene comune, la cultura, l’educazione, il lavoro, la passione per il proprio territorio, le scelte etiche, possano abitare il suo cuore ed alimentare la sua parola.
Certo, il Vescovo ha parole umane, ma le sue parole vanno oltre, sono immerse nel Vangelo di Gesù. Le sue domande nascono non solo dall’ascolto della realtà, ma dalla realtà che trova in Cristo Signore la sua misura, le risposte, il coraggio del vivere, la forza per scegliere. “Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2Tim 4,2).
La memoria di un Santo che “protegge” la Città, ci riporta alla forza evocativa di questo termine. Gerardo nostro protettore, sta avanti a noi (Pro); è lui che guida i nostri passi, noi siamo dietro la sua “ferula”, il bastone del pastore. Con lui siamo indirizzati verso il Pastore dei pastori: “Che offre la vita per le pecore”: Gesù Cristo, che sta davanti al Padre suo e intercede a nostro favore. Ad immagine del Buon Pastore che è Cristo, Gerardo ieri e oggi, non abbandona il gregge, sta in mezzo, ne conosce la voce e respinge gli interessi dei mercenari, dei prezzolati del potere umano e di quanti come lupi rapaci, sono pronti a dividere e disperdere il gregge custodito dal Pastore buono. Gerardo dunque, si fa nostro “pro-ssimo”, è dalla nostra parte e c’insegna a fare altrettanto. Imitare la prossimità di Gerardo, significa entrare nel cuore del Vangelo. Perché Gesù si è fatto nostro prossimo, ha assunto la nostra carne, si è caricato delle nostre paure più grandi e le ha attraversate nella sua Pasqua. Egli è risposta definitiva al dolore e alla morte dell’umano. Gerardo è protettore, perché non ci raduna per sé, ma ci raccoglie per un Altro, l’unico capace di formare: “Un solo ovile sotto un solo pastore”.
La parola proteggere, nella sua etimologia latina, richiama il “tetto”. Con questo termine veniamo condotti di fronte ad una delle esperienze umane primordiali: Tegere, coprire. Nessuna mamma e nessun papà lascerebbero il proprio figlio nudo, senza tetto, senza custodia. La ricerca di protezione di sicurezza, la capacità di radunarsi insieme di fronte ad una minaccia, sono inscritti nel nostro umano esistere. Si tratta di una legge, di una convenzione, che non ci siamo dati democraticamente. E’ scritta da Dio, il nostro Creatore nel cuore di ciascuno.
Ecco perché se vogliamo imitare il nostro protettore, siamo chiamati anche noi a proteggere, a riconoscerci tutti figli e figlie sotto l’unico tetto, “fratelli tutti”. “Ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, in carcere e ammalato e mi avete visitato” (Cf Mt 25,35). Gesù risponde con questo Vangelo alla domanda: chi è il mio prossimo? (Di chi mi faccio prossimo e chi è prossimo a me?). Con il nuovo comando dell’amore, Egli riscrive, attraverso la sua vita, una legge nuova nel cuore di questa umanità che sempre si rinnova in Lui.
Ricordare san Gerardo, allora, non significa celebrare solo una “tradizione identitaria” vuota, che comincia con noi, che fa riferimento ad una immagine del Santo evanescente e senza sostanza, staccata dalla “sana dottrina”, e sostituita dal desiderio di svago pur legittimo. Il rischio è che sarà più facile rivolgersi “alle favole”, “rifiutando di dare ascolto alla Verità”. Il nostro Patrono è identitario, quando ci riconosciamo sotto l’unico tetto del Vangelo, che egli ci racconta con la sua vita e nel quale sono piantate le radici del cristianesimo, che hanno dato profonda identità alle nostre genti e che stiamo spesso svendendo in nome di un neopaganesimo di ritorno.
Qualche settimana fa i giovani del Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” di Potenza, mi hanno invitato a partecipare ad una delle loro notti di cultura e di riflessione. Si! Perché quando vogliono, e noi li aiutiamo, i giovani sanno vivere la notte come momento di riflessione pacata, di domanda interiore, di provocazione esistenziale, di gioia serena e conviviale.
Il tema girava intorno all’espressione di Terenzio: “Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo”. Una riflessione che oggi risuona nel Magistero di Papa Leone con la pubblicazione della sua prima Enciclica: Magnifica Humanitas. Dove è, e dove sta andando la nostra umanità? Sono domande che ci appartengono, che appartengono alla nostra riflessione spirituale e culturale. Sono parole che aiutano a misurarci con la storia, ad essere cristiani che sanno custodire l’umano e vivono l’annuncio del Vangelo “dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture” (MH 25). Gerardo seppe ascoltarla la “magnifica umanità” di queste nostre contrade, ne colse il respiro più profondo, l’anelito alla libertà, all’educazione del cuore, alla solidarietà che resiste ad ogni chiusura ed egoismo, proprio come ancora ci ricorda Papa Leone: “Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana” (Omelia del 2 aprile 2026).
Come possiamo dimenticare l’umanità malata, segnata dalla guerra, dalla distruzione gratuita e senza senso, dalla violenza e dalla morte inflitta agli innocenti, ai bambini. Come non portare dentro questa Eucarestia e nelle nostre scelte solidali, il volto, il grido dei segnati dalla guerra a Gaza, in Libano, nel Medio Oriente, in Ucraìna e nelle guerre di cui il mondo è intriso e di cui la nostra “magnifica umanità” è ferita”.



