Sono passati due anni dalla riapertura delle indagini sulla morte di Elisa Claps; lo hanno detto pochi giorni fa il fratello di Elisa, Gildo e la mamma Filomena Iemma.
Una notizia che ha fatto scalpore e che ha acceso nuovamente i riflettori su una vicenda che nasconde ancora ombre sulla morte della giovane potentina che nel settembre del 1993 scomparve mentre si si stava recando a messa nella chiesa della Trinità nel centro storico di Potenza. Di lei non si ebbero più notizie per 17 lunghissimi anni, fino al 17 marzo del 2010 quando il suo cadavere fu ritrovato nel sottotetto della stessa chiesa che raggiunse il giorno della scomparsa.
Dopo indagini complesse e una vera e propria battaglia per conoscere la verità fatta dalla famiglia di Elisa il principale indagato per la sua morte, Danilo Restivo, fu condannato per l’omicidio a distanza di 18 anni e due mesi un lasso di tempo troppo lungo che gli ha permesso di commettere un altro femminicidio, quello di Heather Barnett a Bournemouth in Inghilterra, nazione dove oggi sta scontando la pena per entrambi i reati.
La nuova inchiesta servirà a capire chi possa aver collaborato con Restivo. Infatti che l’assassino all’epoca poco più che ventenne fosse stato in grado di uccidere Elisa e occultare il cadavere nello stesso giorno nel sottotetto della chiesa nascondendolo sotto un cumulo di detriti edili senza che nessuno se ne accorgesse per tutto quel tempo, è da sempre sembrato strano. La famiglia ha sempre denunciato complicità mai emerse che magari il nuovo filo di indagini potrà acclarare.
Intano Libera che da sempre è stata una stampella per il dolore dei parenti di Elisa oltre a un valido sostegno nella richiesta di giustizia, con una nota ha definito questa notizia una opportunità per “trasformare questa vicenda dolorosa in una opportunità di crescita civile”.
A chi, anche in buona fede, dovesse aver pensato che avere una tomba su cui piangere la propria figlia o sorella potesse essere una consolazione sufficiente, vogliamo ricordare che non è mai così, hanno aggiunto dall’associazione.
Preferiamo credere che il modo migliore per rispondere all’appello della mamma di Elisa sia proprio quello di ribaltare le logiche della sudditanza in cui si è sviluppata quella rete di silenzi, accondiscendenze, complicità e coperture, su cui oggi sta indagando la procura di Potenza. Questo non richiede ulteriori appelli, ma impegno e coerenza. Richiede a noi stessi la capacità di guardarci dentro e di imparare a fare, sempre, la nostra parte, a livello individuale come a livello collettivo o nei propri ambienti di lavoro. È un impegno di riscatto che ci attende, fatto di relazioni rispettose, di educazione reciproca, di sguardo profondo, ma anche di denuncia, lontano da compromessi e convenienze. È forse questa la cura che dobbiamo a noi stessi e alle nostre comunità.


