Seimila occupati in meno rispetto al 2008, Summa (Cgil): “Basilicata sul filo”

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“La nostra economia sta su un filo non solo da un punto di vista dei dati con 188mila occupati nel 2017, 6000 in meno rispetto alla pre-crisi nel 2008. La Basilicata è sul filo anche nella costruzione, insieme al resto del Mezzogiorno, di una sua visione e un suo sviluppo”.

Così il segretario generale Cgil Basilicata Angelo Summa all’incontro “Mezzogiorno sul filo. L’economia lucana nel 2017 e le prospettive per il sud” che si è svolto oggi a Potenza durante il quale è stato presentato il rapporto Ires Cgil Basilicata sull’economia lucana nel 2017. Un confronto a più voci al quale, dopo l’introduzione del presidente Ires Cgil Basilicata Giovanni Casaletto, sono intervenuti Eleonora Pierucci docente di Economia politica all’Università degli studi di Basilicata, Michele Somma presidente Camera del Commercio di Potenza, Simona Loperte dell’ufficio Pastorale sociale del lavoro dell’Arcidiocesi di Potenza, Giuseppe Provenzano vice direttore Svimez e Riccardo Sanna responsabile dipartimento nazionale di Economia Cgil.

LEGGI LA RELAZIONE DEL PRESIDENTE GIOVANNI CASALETTO  La Basilicata nel 2017- occupazione, demografia, export, cambiamenti, sfide

“La situazione della Basilicata – continua Summa – è ascrivibile a un unico fattore: le politiche economiche sbagliate che in questi anni hanno accentuato la crisi già esistente. Mi riferisco alle politiche dei bonus che non hanno guardato agli investimenti facendo solo leva sulla spesa corrente. Al sud questa causa è ancora più marcata, dove la crisi è stata accompagnata parallelamente alla decrescita degli investimenti, senza rimuovere l’influenza della crisi politica”.

“Il vero problema – riprende – è stato come le classi dirigenti hanno usato le risorse dei fondi strutturali. I fondi comunitari non sono stati aggiuntivi ma travolti dentro la spesa corrente, facendoci perdere una grande occasione di sviluppo  e generando una distorsione nelle politiche economiche di finanziamento, provocando l’insorgere di una nuova questione settentrionale che ha rimosso quella settentrionale. Oggi il mezzogiorno vive una condizione di debolezza economica e di scarsa credibilità politica delle sue classi dirigenti che rischia di consegnare il futuro a formazioni politiche  neopopuliste che nulla hanno a che fare con la storia del meridionalismo”. “Ciò implica la costruzione di un nuovo pensiero meridionalista – afferma – che sia meno assistenzialistico e che smetta di trovare la traiettoria del suo sviluppo le trova nella locomotiva nord. È necessario che il mezzogiorno costruisca una condizione propria di autonomia che guardi al mediterraneo. Una prospettiva rispetto alla quale le Zes sono un puto cruciale, se intese non come elementi di connotazione ma come azione logistica che consenta alle imprese del mezzogiorno di avere vantaggi competitivi sui costi di trasporto. Altrimenti è ovvio che le nostre imprese non riusciranno a guardare all’export”.

“Ecco perché – conclude Summa – insieme a Cgil, Cisl e Uil Basilicata abbiamo presentato un piano regionale del lavoro aggiornato ma rimasto all’anno zero, oggetto di nessun confronto.  A sud il lavoro è più impoverito che al nord a causa della spending review e anche in questo il ruolo della politica è stato determinante. Dobbiamo cambiare la governance, creare nuove alleanze con le forze produttive regionali, affidare alla Regione non un ruolo di gestione diretta ma di controllo, incentivare i Comuni con alcune deleghe potenziando i servizi, destinare più risorse  all’università perché senza istruzione  e ricerca non c’è futuro per questa terra”.

Aggiunge Riccardo Sanna, responsabile dipartimento nazionale di Economia Cgil: “Il nostro Paese ha una responsabilità nell’aumento degli investimenti anche in termini geoeconomici e geopolitici. C’è un enorme bacino di risorse da utilizzare derivanti dalla lotta all’evasione fiscale e dalla tassazione per chi inquina.  È possibile una politica alternativa purché non individualista ma collettiva, condivisa. Ecco perché non si può accettare riduzione degli investimenti pubblici in quanto significherebbe rinunciare allo sviluppo secondo le tre direttrici che anche l’Europa ha tracciato: investimenti materiali, immateriali e infrastrutture sociali, che fanno bene anche alle imprese in quanto moltiplicatori di economia. Più lotte agli sprechi più e meno tagli alla spesa corrente”. “Noi come sindacato – continua Sanna – siamo pronti al dialogo e alla trattazione territoriale dello sviluppo, che è lo spirito del Laboratorio sud della Cgil, la cui strategia nazionale si basa su  quattro direttrici portate avanti in una idea di indirizzo di programmazione negoziata: l’aumento dell’intensità dell’investimento pubblico nel mezzogiorno, portando la spesa ordinaria in conto capitale dello Stato nelle regioni del sud ad almeno il 45% del totale per un quinquennio, creare un’agenzia per lo sviluppo industriale, introdurre un fondo destinato alla mobilità nel mezzogiorno, la messa in sicurezza, la cura e la valorizzazione del territorio e del patrimonio ambientale, la vera emergenza nazionale e del sud in particolare. Partendo dalla domanda – conclude Sanna – si può qualificare l’offerta, in modo partecipativo e in una idea della democrazia non plebiscitaria ma deliberativa: da un verso le parti sociale che si allargano e fanno rete, dall’altro le istituzioni affinché dal basso arrivi la domanda e dall’alto le risposte in termini di politiche industriali, innovazione sociale e sviluppo sostenibile”.