Renzi ha alimentato quel populismo che lo ha sconfitto

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Nel dibattito sviluppatosi all’indomani delle elezioni ci giungono non soltanto contributi da politici ma anche da chi, dall’esterno del “circo”, fa le sue valutazioni. E’ il caso del collega Angelomauro Calza che ci ha mandato questa nota che pubblichiamo.

“In conferenza stampa senza possibilità di interlocuzione con i giornalisti Renzi è stato chiaro: “Me ne vado, ma solo dopo tutti gli adempimenti di insediamento delle Camere, elezione dei loro Presidenti e consultazioni per la formazione del nuovo Governo”. In fondo ci sta che continui a guidare il PD. Se condottiero deve essere deve esserlo fino in fondo, prima di lasciare in una sessione congressuale da lui annunciata come una fase di rinnovamento da vivere secondo tutti i canoni del confronto democratico. Evvabbè, ma implicitamente che vuol dire? Che lui è stato eletto al di fuori delle regole? Ma queste sono quisquilie, non è questo il momento di polemizzare. Siamo a poche ore dal conteggio dei voti e dalla conseguente registrazione di una sonora sconfitta di Renzi e del Partito Democratico fatto a sua immagine e somiglianza. Ci sono due aspetti da stigmatizzare nei commenti ancora a caldo dei responsi delle urne: Il risultato in sé e il suo perché.

IL RISULTATO al di là della mancanza di numeri che diano la possibilità di comporre una maggioranza di Governo stante partiti e coalizioni così come dichiarate e presenti sulle schede, lascia aperte una serie di ipotesi di alleanze poco logiche dal punto di vista della concordanza dei programmi, ma che hanno comunque il conforto della aritmetica, ma su queste è presto per esprimersi.

IL PERCHE’ si sia giunti a questo invece è analizzabile; ed è forse anche nel più semplice pensare vulgare ipotizzare che sia stato determinato sostanzialmente da fattori che hanno come comune denominatore Matteo Renzi, ma che affondano radici anche nell’ex Presidente Napolitano. E’ da quella caduta del Governo Berlusconi, che, come ebbe modo di spiegare Prodi, fu determinata dai mercati che “non vedevano di buon occhio la posizione italiana a favore di Putin, Gheddafi e della stabilità iraniana”, ma era “una scelta di campo giusta per tutelare l’interesse nazionale”. L’Europa ordinò e l’allora Capo dello Stato eseguì, con il conseguente incarico conferito a Monti. Vennero poi Letta, quindi Renzi. E’ proprio dall’era-Napolitano che inizia la caduta del metodo democratico per la scelta dei ruoli istituzionali di Stato e l’ascesa della protesta popolare: la gente vuole Governi di eletti e non di nominati.

Si continua con il Referendum Costituzionale: agli italiani non piace la riforma, e lo dicono chiaramente nelle urne e con l’astensione dalla partecipazione al voto. Renzi dichiarò – da Presidente del Consiglio – che avrebbe lasciato la politica se avesse perso il referendum: lo ha perso, ma non ha mantenuto fede alla dichiarazione di intenti, è rimasto e si è fatto eleggere leader del Partito Democratico. E anche qui un altro passo in avanti del malumore popolare.

Accadono poi poco chiari accadimenti che vedono giungere all’attenzione della Magistratura il padre di Renzi, Tiziano, quello della Boschi, la stessa Maria Elena, e lui li difende e spende miliardi di euro per ripianare debiti delle banche degli amici tutti fatti che provocano reazioni dei cittadini, quelli lesi finanziariamente in prima persona, e quelli lesi moralmente perché avvertono un senso di sfiducia in quel che Renzi dice e fa. Esalta il Jobs act millantando fino a pochi giorni fa la creazione di un milione di posti di lavoro, ma la gente non ci crede (e lui non vuole rendersene conto), perché sa che sono un milione di contratti a termine, per lo più della durata di due o tre mesi, non di posti stabili, e quelli trasformati sono comunque a rischio per l’abolizione dell’art.18 da lui voluta, che rende facile licenziare chi pochi mesi prima, in cambio di agevolazioni fiscali e contributi al datore di lavoro, è stato assunto a tempo indeterminato: e l’ascesa della protesta continua, senza che lui riesca a coglierne la reale portata ormai in preda ad una sorta di delirio di onnipotenza che l’Italia non gli riconosce. Non si è reso conto, Renzi, che probabilmente se non per un bagno di umiltà, almeno per un freddo calcolo di convenienza elettorale avrebbe potuto evitare di difendere a tutti i costi la bionda e ormai bolzanina Boschi, disimpegnandola da ruoli istituzionali per salvaguardare la credibilità di un progetto politico, avrebbe potuto essere più realistico con i lavoratori e meno inciuciante con i sindacati che hanno per questo perso credibilità anche loro. Invece non lo ha fatto. Eppure il suo viaggio in treno finalizzato ad ostentare consensi in tutta la Penisola si è bruscamente interrotto dopo qualche giorno perché provocava effetti opposti a quelli sperati e propagandati. Per di più, dopo ben otto voti di fiducia, è riuscito a far approvare una legge elettorale ordinata su misura che avrebbe dovuto celebrarlo, senza tener conto della possibilità dell’altra faccia della medaglia: avrebbe potuto affossarlo. A questo punto la frittata era fatta: Renzi ha trascinato nel baratro i suoi più fidi destrieri e la protesta popolare, trasformatasi in deleteri consensi al populismo, è sfociata nella più perniciosa partecipazione al voto nella storia italiana, che ha consacrato un giovanotto fuoricorso dal volto glabro e gli occhi da ex venditore di bibite come il possibile salvatore del Paese. Verrebbe quasi da ringraziare la destra leghista rinforzata da Berlusconi e Fitto se si è riusciti ad evitare che il M5S facesse cappotto! Ma anche il voto alla Lega è un consenso che nasce e monta dalla più che giustificata protesta anti-renziana. La riprova che questo non è stato un voto pro Cinquestelle o pro Lega, ma, come fu per il referendum costituzionale, “contro” Renzi e la sua cerchia e quel che rappresentano per milioni di italiani, sta nel fatto che alle contestuali consultazioni per il rinnovo dei Consigli regionali di Lazio e Lombardia il voto pare essere premiante e non di protesta: non si spiega altrimenti il rinnovato consenso a Fontana e ancora di più quello all’uscente PD del Lazio, Zingaretti. Quindi non ci troviamo di fronte ad un semplice cambiamento legato all’alternanza: gli italiani hanno deciso di esercitare col voto il discrimine della meritocrazia politica, premiando chi merita e ha fatto bene, e punendo chi invece li ha delusi e presi in giro: se la nuova tendenza dell’elettorato è questa nemmeno Lega e M5S possono più dormire sugli allori.