Inchiesta petrolio. Anche il Ministero dell’Ambiente si costituisce parte civile

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Anche il Ministero dell’Ambiente è parte civile nel processo denominato petrolio gate che è iniziato oggi davanti al Presidente del tribunale di Potenza, Rosario Baglioni,  che vende imputate 47 persone e 10 società tra le quali l’Eni.
L’udienza, dedicata soltanto ad adempimenti procedurali con la verifica delle parti civili e delle parti lese, circa cinquecento, è stata rinviata al prossimo 6 dicembre.
Tra le costituzioni di parte civile, oltre al Ministero dell’Ambiente, anche il Comune di Pisticci ed alcune associazioni ambientaliste.

I magistrati hanno intanto nuova documentazione che si va ad aggiungere al voluminoso dossier dell’inchiesta: la perizia sullo stato di salute dei dipendenti del Cova di Viggiano; la Valutazione d’Indagine Sanitaria e, in ultimo ma non meno importante, la relazione dell’ex responsabile del Centro Olio l’ing. Gianluca Griffa, suicidatosi a marzo del 2016. Tra le cose che dichiara una che butta un’ombra sulla credibilità dell’Eni quando ammette – e lo ha fatto più volte – che a Viggiano tutto era sotto controllo.A contraddire i dirigenti della multinazionale proprio quello che dichiara nella sua relazione l’ing. Griffa: già nel 2012 aveva segnalato perdite dai serbatoi ma nessuno intervenne.
Il problema, come si ricorderà, è emerso a gennaio scorso quando da un tombino dell’impianto di depurazione dell’Asi fuoriuscì greggio. “Si verificava dall’estate 2016” furono costretti a dichiarare i dirigenti Eni in una riunione al Ministero dell’Ambiente.
Il Cova fu chiuso su disposizione della Regione per consentire la bonifica del terreno interessato dallo sversamento.
Non è fuori luogo chiedersi cos’altro sia accaduto in questi anni anche perchè di recente è emerso un altro problema: la presenza di ammine nel pozzo di reiniezione Costa Molina 2, chiuso con delibera della Regione dopo i risultati dei prelievi fatti dall’Arpab che Eni contesta al punto che ha fatto ricorso al Tar.

In occasione dell’udienza di stamane, sit-in davanti al palazzo di giustizia di alcune associazioni ambientaliste e di rappresentanti del M5S  che chiedono che si faccia chiarezza su quanto accaduto in questi anni in Basilicata in tema di attività estrattiva a tutela della salute e del territorio.

I due filoni dell’inchiesta petrolio gate
Due sono i filoni del’inchiesta.
Il primo ha riguardato il presunto traffico illecito di rifiuti pericolosi dal Centro Olio di Viggiano a Tecnoparco, che portò al sequestro degli impianti, e all’arresto, fra gli altri, di dirigenti e tecnici dell’Eni (Roberta Angelini, Vincenzo Lisandrelli, Antonio Cirelli, Luca Bagatti e Nicola Allegro). Secondo quanto emerge dall’indagine dei carabinieri del Noe, avrebbero alterato i codici dei rifiuti, provenienti dall’attività estrattiva e trasferiti negli impianti di Tecnoparco in Val Basento per essere smaltiti.

In questo filone, tra gli indagati anche i dirigenti regionali Donato Viggiano e Salvatore Lambiase, quest’ultimo in pensione; gli ex direttori dell’Arpab Aldo Schiassi e Raffaele Sebastiano Vita e i dirigenti dell’azienda Bruno Bove e Rocco Masotti.  Per quanto riguarda le società, a giudizio anche la stessa Eni e Tecnoparco.

L’impianto di Tempa Rossa

L’altro filone, sul quale ha indagato la Squadra Mobile di Potenza, riguarda i rapporti tra la Total ed amministratori del Comune di Corleto Perticara ed alcuni imprenditori nell’ambito della costruzione del centro olio di Tempa Rossa. Tra gli indagati, l’ex sindaco Rosaria Vicino.
Per la cronaca, quest’inchiesta portò alle dimissioni del ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, dopo che fu intercettata una telefonata con la quale informava il compagno, Gianluca Gemelli, dell’approvazione di un emendamento che avrebbe favorito la Total con la quale Gemelli aveva rapporti do lavoro.