Lo Scalatore. La domenica che ha cambiato la storia. (Capitolo 25)

1821

Era un sabato di Aprile.

Un sabato lento di sole caldo, che non brucia. Se ne andò in un negozio di musica, verso l’ora dell’aperitivo, per ascoltare vinili e letture di poesie. Era il Record Store Day, la giornata inventata da Chris Brown, un impiegato di un negozio indipendente di dischi statunitense, per celebrare i negozi di musica, ma festeggiato con una settimana di ritardo. L’appuntamento era per le sei della sera, nella piazzetta antistante questo storico negozio di strumenti musicali e vinili, nel cuore antico della città. Decise di arrivarci in bici, la mattina era stata calda e soleggiata e nell’aria ancora giaceva il torpore delle ore più luminose del giorno. Come da sua abitudine, arrivò prima dell’inizio, ma ne approfittò per fare un giro in centro e sentire con occhi nudi il battito del cuore della città vecchia. C’era un’atmosfera incredibile, tutta la città era in attesa della partita del Potenza, contro il Taranto, che poteva regalarle il sogno del grande ritorno tra i professionisti del calcio. Prima in classifica, a soli due punti dalla vittoria del campionato, la città fremeva per l’arrivo della domenica.

Ogni finestra esponeva una bandiera con i colori rosso e blu, ogni bar aveva appesi sulla parete poster dei giocatori e magliette autografate, i ragazzini giocavano nella piazza centrale, fingendo di essere il 9, Carlos França o il 32, Leandro Guaita. Il giorno dopo anche lui sarebbe andato allo stadio, per vedere da vicino l’effetto che fa la vittoria così tanto attesa e sperata. Quando tornò nel negozio di musica, si trovò nel bel mezzo di una presentazione di un lbro. Da un lato, seduti su un bancale di legno a mo’ di  divano, c’erano l’autore ed un giornalista che dialogavano di musica e ricordi, dall’altro lato, una piccola comunità di musicofili e musicisti, intenti ad ascoltare le parole dello scrittore e ad ascoltare le note della playlist che accompagnava ogni lettura dei suoi brevi racconti senza fretta. Si mise comodo, prese una birra dal secchiello con il ghiaccio e si accese il sigaro. Mentre scorrevano parole e note, aprì il libro, una pagina  caso, e subito la sua attenzione fu attratta da queste parole:

Quanti battiti ha il tuo cuore? Quanti cuori hanno il tuo stesso battito? E il tuo respiro?  Quanto dura il tuo respiro? Sai distinguere i colori?  Sai descrivere i profumi? Cosa conta di quello che fai?  Quanto sai di quello che dici?E cosa cerchi?  O forse hai già trovato quello che cercavi? Guardati, ma che faccia hai?  Chi ti ha ridotto così? Il tempo, dici, ma non solo lui.  E quel sorriso, che fine ha fatto? Hai paura, dici. Ma di cosa?  Di fallire, ma non sarebbe la prima volta.  E allora cosa? Dove vai? Resta qui. Guarda me, guardati come io guardo te. Non sai più volerti bene, te ne accorgi? Lascia perdere quella ruga,  non pensarci al capello bianco.  Qui siamo solo io e te. Io ho la tua faccia e tu hai la mia.  Ti restituisco tutto quello che non volevi vedere. Ti prendo a calci fino alla porta del tuo inferno. Non ti consolo e non ti accarezzo. Sono lo specchio dove non vorresti mai guardare. Io sono esattamente come te.  Io sono la tua verità.

Finita la presentazione e la birra, entrò nel negozio per comprare un vinile, “Lightning Bolt” dei Pearl Jam ed una copia del libro. Come da prassi, si fece dedicare ed autografare il volume dallo scrittore, con il quale si intrattenne qualche minuto per parlare di Jonny Greenwood e George Harrison. Mentre riscendeva con la sua bicicletta, chiamò Anna per organizzare la serata. Verso le nove della sera se ne andarono al cinema, a vedere il nuovo film del premio osca Sorrentino. Il cinema per loro era un luogo speciale, per questo non mancavano mai di andarci, e non solo perché era stato il teatro del loro primo incontro. Il giorno dopo, domenica 29 aprile, la città si era risvegliata con una febbre altissima. Era l’attesa. L’attesa per la partita delle 15, della fine della lunga traversata nel deserto del calcio dilettantistico, in quelle periferie difficili e salate, dove ogni partita è una salita e dove ogni gol fatto è una speranza. All’inizio era solo entusiasmo, una sensazione positiva di novità per l’arrivo di una nuova dirigenza e qualche buon giocatore.

Poi c’è stato il calcio, quello giocato, con le sue ansie e le sue liturgie. I primi successi, la classifica che metteva in testa il Potenza, la fine del girone di andata e le poche sconfitte maturate. I gol del brasiliano, quelli del siciliano, le corse intelligenti del numero 3 e quelle ubriacanti dell’argentino. Punti su punti. Gol su gol. Il cuore si era fermato in gola per la sconfitta della semifinale di ritorno della Coppa Italia di categoria, ma quella domenica, 29 aprile, finalmente la gioia era esplosa in tutta la sua forza e con tutta la sua bellezza. A fine partita, dominata dai padroni di casa, una pacifica invasione di campo colorò lo stadio ed il tappeto verde. Generazioni, insieme, in questa orchestra di cori e sorrisi, lacrime e abbracci. Lui guardava dall’alto questa festa di popolo, ogni tanto fotografava per averne una memoria visiva. Sapeva che quella domenica sarebbe entrata nella storia di Potenza e della sua comunità, lo sapevano tutti. Sentiva che era bello farne parte, che tenere la mano ad Anna che festeggiava vestita dai colori della sua città era quanto di più bello potesse vivere. Sentiva che quella storia iniziava ad appartenergli. E così, preso da uno straordinario entusiasmo, iniziò a cantare a squarcia gola i cori della Curva Ovest.

Scesero anche loro in campo, andarono verso gli spogliatoi dove i calciatori stavano festeggiando insieme ai tifosi. C’erano cuori che battevano,  mani che si agitavano, occhi che lacrimavano di gioia, bambini che si tuffavano sul prato e ragazzi di ogni età che si riunivano n piccoli capannelli per un selfie di rito.  Spinti dall’entusiasmo, arrivarono fin sotto l’ingresso degli spogliatoi, dove un gruppetto di tifosi continuava ancora ad inneggiare i propri beniamini, ormai bagnati da acqua e bollicine francesi. Giuseppe, un collega giornalista di una testata locale, che trasmetteva in diretta i festeggiamenti in corso, lo chiamò al microfono per commentare, con occhi stranieri, quanto stesse accadendo in città e sul manto erboso del Viviani. Colto di sorpresa, e visibilmente imbarazzato, si limitò a dire che quello che stava vedendo era la prova del fatto che il calcio non era solo uno sport, ma una perfetta metafora della vita, delle sue evoluzioni e delle sue curve. Sentì di ringraziare Potenza, la sua squadra, la sua gente, per questa giornata così bella da far tremare le vene ai polsi. Disse molto altro, soprattutto di calcio giocato e del suo racconto, facendo i complimenti proprio a quella piccola testata giornalistica online che aveva scommesso, ed investito, sullo streaming delle dirette di una squadra di calcio di dilettanti, ma che aveva stravolto tutte le teorie, o presunte tali, della comunicazione e del giornalismo hyperlocal.

Con altri amici, uscirono dallo stadio e seguirono il corteo dei tifosi che si arrampicava verso il centro storico. Non avevano alcuna voglia di tornarne a casa, tanta era l’adrenalina in corpo che lasciarono l’auto vicino lo stadio e se ne andarono, a piedi, lungo le strade in salita che attraversano la città verticale.

Nella piazza centrale, fumogeni e bandiere coloravano la notte. Tutte le generazioni, insieme, unite da un solo grande amore. Loro si baciarono a lungo, in ogni angolo, in ogni vicolo che attraversavano,  e in un tempo lunghissimo e gonfio di avvenire.