8 marzo, non solo mimose

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Doniamo pure le mimose alle nostre donne. A molte fa piacere riceverle. Ma non sia questo l’unico gesto in una giornata, l’8 marzo, che rischia di divenire una pura e semplice “celebrazione” se non da essa parte una profonda riflessione sulla questione femminile che deve divenire impegno politico e sociale costante.
Mentre scriviamo, il nostro pensiero va ad Antonietta Gargiulo che si sta lentamente svegliando dal coma farmacologico nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Camillo di Roma dove è stata ricoverata dopo che l’ex marito, il carabiniere Luigi Capasso, il 2 marzo scorso la ferì gravemente, uccise le due figlie e si suicidò. Antonietta non sa ancora che a casa non troverà nessuno.
E’ l’ultimo episodio, il più drammatico, della violenza sulle donne della quale spesso la cronaca deve interessarsi. Appena due giorni fa un altro caso, per fortuna meno tragico, verificatosi a Scanzano Ionico: un uomo ha sequestrato in casa la moglie e l’ha minacciata con un coltello (vedi articolo).
Dovremmo interrogarci perchè tutto questo accade. Scomodare psicologi, psichiatri, sociologi è senz’altro utile inutile ma dobbiamo renderci conto che la violenza dell’uomo sulle donne è la conseguenza di una più generale mancanza di rispetto dell’altro e dell’altra, del mancato riconoscimento alla donna di un ruolo alla pari che devono essere il risultato di un percorso educativo che deve partire dall’adolescenza.
Non è un caso che è stato sottoscritto un protocollo d’Intesa tra la Consigliera nazionale di parità e il Ministero dell’Istruzione con il quale è stato sancito un percorso virtuoso, anche a livello Regionale, per favorire lo sviluppo della cultura paritaria e il contrasto alla violenza di genere, individuando proprio nelle Consigliere regionali dislocate su tutto il territorio nazionale, i presidi e le referenti deputate a dare piena attuazione al protocollo.

Ne dà notizia la Consigliera regionale di parità, Ivana Enrica Pipponzi, che, facendo riferimento alla violenza contro le donne, parla di “problema strutturale”: sottoscriviamo. Un problema strutturale della società “che, per sua radice, rientra nell’alveo delle discriminazioni di genere presenti nei vari ambiti della vita quotidiana di moltissime donne, anche in ambito lavorativo” afferma Pipponzi la quale in questo anno e mezzo di attività ha ascoltato tantissime donne vittime di violenze tra le mura domestiche, sui posti di lavoro dove e di discriminazioni che hanno varie sfaccettature: disparità salariale, sfruttamento delle donne nel lavoro nero, persistenza degli stereotipi culturali, licenziamenti per maternità e molestie sessuali sui luoghi di lavoro.
Situazioni che non sempre le donne lucane hanno il coraggio di denunciare. Pipponzi fornisce i dati Istat che sono preoccupanti: sui posti di lavoro l’8,9 delle dipendenti è vittima di ricatti sessuali in cambio di assunzioni o promozioni. Una donna su cinque ne parla e solo lo 0,1 % dei casi finisce in Tribunale.
Cosa fare?
““La via maestra per tutelare e migliorare la condizione femminile”  sostiene la Consigliera regionale di parità della Basilicata – “deve essere l’applicazione della Risoluzione Europea sulla “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale” (approvata nel settembre 2016) e della Convenzione di Istanbul, ancora poco conosciuta ed applicata. L’obiettivo, dunque, è dare forma ai contenuti della Risoluzione Europea, mediante: 1) l’intensificazione dell’impegno in materia di work-life balance per incrementare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro; 2) la modernizzazione del mercato del lavoro che agevoli la conciliazione vita privata-lavoro,  realizzato col telelavoro e con lo Smart working; 3) l’aumento e la diffusione della cultura del congedo di paternità obbligatorio, e conseguente investimento sul welfare. È fondamentale, peraltro, diffondere la cultura della parità e delle pari opportunità già nella Scuola (vedasi protocollo).

Offriamo pure le mimose ma attenzione: appassiscono. Dobbiamo invece tenere vivo il dibattito, far sì che sia costante a tutti i livelli. Che diventi progetto educativo, politico. Che si faccia prevenzione. Sempre.