Lo scalatore. Vedi Maratea! (Capitolo 14)

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Le vacanze di Natale arrivarono come un premio. I mesi duri di lavoro, sommati a treni e distanze, iniziavano a pesargli sulla schiena e sulle gambe. L’allenamento con la bici, le dure salite della città verticale, non erano nulla in confronto alla vita di tutti giorni, quando sei adulto e nulla ti viene più perdonato.

Una sera, durante questo tempo sospeso tra la fine di un anno e l’inizio dell’altro, si regalò una bottiglia di buon vino e musica, in solitudine. Ne aveva bisogno, per ricaricare, per ripararsi dal frastuono delle parole di festa di amici e parenti. Mise su un vecchio vinile di Ivano Fossati, “Il grande mare che avremmo traversato”, disco di esordio del catautore genovese a cui spesso si era aggrappato per scrivere messaggi di amore e metafore sulla vita e la condizione umana.

Mentre guardava le luci della città, il suono graffiato della puntina sul vinile ed il sapore pieno di quel bicchiere di vino, gli restituivano immagini e emozioni sommate in questo anno di gradi cambiamenti.” Le mie mani con il tempo ormai son diventate reti, navigando tra tempeste di silenzi e di lontani echi, quando penso che potrei star meglio mi dico che l’uomo più è vicino al dolore e più giusto è.“.Ispirato dalle parole di “Vento caldo”, prese un foglio di carta, una penna nera, e si mise a scrivere una sorta di lettera a sé stesso, al destino, all’anno che stava andando via.

Ho perso.
Ho perso molte cose in questo tempo che non tornerà più. Ho perso cose che non sono solo cose. Non le trovo più, chissà dove sono andate a vivere. Ho perso due mazzi di chiavi, tre agendine, treni per tornare a casa. Ho perso tempo. Ho perso tempo ad aspettare, a rincorrere errori di altri, ad ascoltare inutili conversazioni, a scrivere parole che nessuno mai leggerà. Ho perso me. Ho perso una parte di me quando Veronica è andata via. Ho perso battiti buoni di cuore, convinto come ero che quello sarebbe stato davvero amore.  Ho perso canzoni e bit, note e parole, suoni e battiti. Ho perso le parole No, non come quel cantante lì. Le ho perse ogni volta che la meraviglia e lo stupore si sono presentate dinnanzi ai miei occhi. La bellezza dei luoghi, lo stupore delle storie, l’incanto dei racconti. Ho perso ogni volta che ho vinto. Ho perso ogni volta che ho scelto. Ho perso tutte le volte che ho rimandato a chissà quando. Ho perso occasioni per troppa pigrizia. Ho perso sapori. Ho perso per paura di cambiare. Ho perso scegliendo l’abitudine, che poi è diventata monotonia. Ho perso il lavoro, la tranquillità delle certezze, ma non mi sono scoraggiato e ce l’ho fatta. Ho perso i giorni dei miei genitori, le loro stanchezze, i primi segni del tempo che si sta sedendo sulle loro gambe. Ho perso quando il cinismo ha prevalso sulla comprensione. Ho perso quando non ho dato ascolto a chi ne aveva bisogno. Ho perso quando non ho speso parole gentili, quando ce n’era bisogno. Ho perso quando ho pensato che fossi solo al mondo. Ho perso quando ho creduto che il mondo fosse solo il mio. Ho perso quando ho permesso agli altri di attraversarmi l’anima. Ho perso quando ho concesso spazio  interiore a parole violente. Ho perso ogni volta in cui non ho detto grazie. Ho perso la verità quando ho inseguito le opinioni. Ho perso perché non ho mai accettato la sconfitta. Ho perso l’amore perché ho ceduto spazio al rancore. Ho perso silenzi, luce, arcobaleni, fiori, primavere, sole d’estate, tramonti incendiati, albe dolci, sapori decisi, luoghi lontani, partenze ed arrivi. Ho perso molto di me, provando a perdere te. Adesso che c’è molto spazio, dovrò provare a riempire il mio tempo con più vita e meno rumore. Scegliere di essere, senza timori. Avere la giusta misura nell’aggiungere e nel sottrarre. Dare un valore alle divisioni, saper moltiplicare. Ciò che ho perso è solo un ricordo, quello che resta è tutto ancora da vivere. 

 Chiuse il foglio senza rileggerlo, lo conservò tra le pagine di “Fuoco Grande”, il libro di Cesare Pavese e Bianca Garufi ambientato a Maratea. Proprio lì, nell’unico paese lucano bagnato dal Tirreno, si sarebbe festeggiato il capodanno della Rai. Un evento nazionalpopolare, molto lontano dai suoi gusti, ma che sentiva più vicino proprio per questa seconda pelle lucana che sentiva addosso.

Come da tradizione, passò la sera del 31 in famiglia. Parenti, amici, nipotini, tutti insieme per aspettare il nuovo anno a casa dei suoi. Non voleva rinunciare a questa bella abitudine, soprattutto adesso che il lavoro lo aveva portato lontano dagli abbracci e dal calore della famiglia.  Dopo il discorso del Presidente della Repubblica, andarono tutti a sedersi a tavola lasciando la tv accesa. In tanti erano curiosi di vedere questa Basilicata, una terra ancora poco nota ai più ma che in questi anni si stava facendo conoscere per la sua straordinaria bellezza e le sue unicità. “Vedi Maratea! Ma è bellissima! Ma questa Basilicata è straordinaria, ora capisco perché te ne sei andato lì“, gli disse un cugino più grande, mentre scorrevano in tv le immagini dei borghi lucani. “Non mi sembra così arretrata come la raccontano. Forse è proprio un Sud diverso, fuori da certe logiche e ben governato. Ma lì al Sud sanno fare solo polemiche! Questa estate ci andremo, vero?” Disse uno zio, rivolgendosi alla giovane moglie, la seconda, sposata da poco.

Per buona parte della cena non si parlò altro che della Basilicata, di Matera, Maratea, delle dolomiti e di Potenza. Sì sentì orgoglioso di poter appartenere ad una comunità e ad un territorio che lo aveva accolto con gentilezza e sorrisi. La storia di quella regione da qualche anno a questa parte era cambiata, in meglio. Si sentiva il vento nuovo che spirava sul Tirreno e lo Ionio. Matera era già la scommessa vinta di questo pezzo di Italia, il resto della Lucania era un fermento continuo affamato di futuro e di nuove opportunità. I lucani non devono riscattarsi da nulla, diceva spesso, ma hanno solo bisogno di opportunità per potersi mostrare al mondo con le loro qualità e le loro eccellenze. Arrivò la mezzanotte, arrivò l’anno nuovo, le bollicine dello champagne e gli abbracci che fanno ben sperare. Il 2018 era appena iniziato, tra telefonate e messaggi di auguri.

Tra i tanti uno solo: “Racconta e spiegami tutto questo tempo nuovo che arriva con te. Auguri! Anna.”