Quando la giustizia non tutela la donna, la sentenza del Tribunale di Torino

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Fa discutere la sentenza del Tribunale di Torino che ha assolto un uomo accusato di violenza sulla propria donna, ritenendo quanto accaduto “episodi sporadici nati da situazioni contingenti e particolari”.
Il commento dell’avv. Cristiana Coviello che ha seguito e segue casi di violenze su donne, molte delle quali avvenute tra le mura domestiche.

Palazzo di Giustizia Torino

Ed ecco che questo nuovo anno inizia sotto cattivi auspici. Leggi, commissioni parlamentari, osservatori, sezioni specializzate nelle Procure, ricerca dei dati sui femminicidi e sulla violenza di genere. Tutto buttato al vento da una sentenza che stigmatizza il comportamento della donna vittima, definendola “esuberante” e assolve l’uomo accusato di maltrattamenti.

Accade nel Tribunale di Torino e arriva dalla penna di un Magistrato donna (e questo se possibile rattrista ancora di più).

La vittima aveva denunciato anni di violenze, vessazioni, offese e mortificazioni psicologiche. Aveva fornito anche i certificati medici nei quali, ovviamente, non aveva riferito che quelle lesioni erano avvenute da parte del compagno ma causate da eventi accidentali.  Questo non dovrebbe stupire gli addetti ai lavori e chi si occupa di violenza di genere a varo titolo. Accade spesso, infatti, che la vittima di violenza non riesca a trovare il coraggio di raccontare ciò che le sta accadendo, specie se il rapporto con il suo carnefice è ancora in essere e la donna teme per la propria incolumità o, ancor di più, se al Pronto Soccorso non trova personale in grado di riconoscere i segnali della violenza, di decodificare il non detto e facilitare il racconto.

Ed è così che la Giudice definisce quelle lesioni solo “episodi sporadici nati da situazioni contingenti e particolari” non riconducibili secondo la sentenza ad un sistema di vita tale da “porre la vittima in uno stato di prostrazione sia fisica che morale”. Grazie ad un artificio giuridico fuori dalla realtà, quindi, tutte le violenze fisiche accertate, spinte, calci, pugni e quelle psicologiche riferite dalla donna diventano ordinaria “conflittualità” con la conseguente assoluzione dell’uomo non solo dal reato di maltrattamenti ma anche da quello di lesioni.  

C’è da rimanere sconcertati a leggere ancora posizioni così miopi e intrise di pregiudizi. Davvero è ancora necessario spiegare cos’è conflittualità di coppia e cosa violenza? Definire il confine tra il lecito e l’illecito? Chiarire che le aggressioni fisiche non rientrano nella normalità di una relazione? Che gli insulti, le minacce, le umiliazioni non sono semplice scontro in una coppia? Spiegare che la “conflittualità” presuppone parità di posizioni, pariteticità e reciprocità?

La convenzione di Istanbul definisce l’espressione “violenza nei confronti delle donne” una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione e stabilisce che gli Stati debbano prevedere misure di protezione e sostegno che siano basate su una comprensione della violenza contro le donne. Il nostro Paese, invece,  non è ancora in grado di proteggere le vittime, di ascoltarle, di agevolare l’emersione, di tutelarle e di condannare gli autori.

La minimizzazione della violenza rischia di creare sfiducia nelle donne, di normalizzare certi comportamenti, di rafforzare le condotte degli uomini violenti e di pregiudicare la richiesta di giustizia da parte delle vittime.

L’Italia resta uno dei paesi in cui le donne continuano a morire per mano di uomini violenti e un significativo cambio di rotta avverrà solo  attraverso una reale trasformazione culturale.

Altrimenti ogni legge resterà un diritto di carta.

Cristiana Coviello – avvocata”