Lo Scalatore. La cena dell’addio. (Capitolo 11)

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“Veronica da Castel Giorgio, capitale mondiale del football americano, che ci fai qui?”
“Anche a me fa piacere vederti. Era questo quello che volevi dirmi, vero?”
“Diciamo che sono sorpreso?”
“Sorpreso?”
“Abbastanza sorpreso. Ma che ci fai qui?“
“Sono venuta qui perché Matera è la capitale europea della cultura…”
“Ma certamente! Tra capitali voi ve la intendete…no?”
“Il solito cretino. Sono venuta qui per te!”
“Questo mi sembra chiaro, ma come hai fatto a sapere che oggi sarei stato qui?”
“Abbiamo ancora troppe cose in comune, amicizie ed ex colleghi”
“Già, è vero. E così sei qui.”
“Si, sono qui. Nel tuo stesso albergo, una camera dopo la tua.”
“Non so se incazzarmi o farmi scorrere tutto addosso!”
“E perché? Nessuno ti obbliga a stare con me in questi giorni”
“Lasciamo perdere. Io vado in camera, ho troppe cose da fare oggi”
“Vai. Vai pure.”
“Aspettami qui, ci metto poco”
“Ai suoi ordini, signore!”

Dopo dieci minuti ridiscese nella hall, lasciò le chiavi al concierge ed uscirono in strada. La meraviglia, l’incanto, la magia di quel posto tradiva l’imbarazzo iniziale. Entrambi erano affascinati dalla bellezza, completamente travolti dalle curve della storia che si disegnavano tra i sassi e la Murgia. Da sempre erano alla ricerca di gentilezza e poesia, affetti da una sete inestinguibile di cose nuove, di mutamenti di luoghi, d’impressioni sintetiche, panoramiche, prospettiche. Passeggiarono lungo via Ridola, lasciandosi trasportare dalla curiosità e dal flusso di gente che animava quella strada lucida e bianca.  Ogni affaccio sui Sassi era un angolo di meraviglia e stupore, di contemplazione e silenzi. Un silenzio che da complice iniziò a farsi imbarazzante: in un altro momento della loro relazione ci sarebbero stati baci, abbracci, selfie e parole d’amore; anche se Veronica faceva di tutto per essere carina con lui, il suo corpo restava rigido e distante dalle sue braccia, così come le parole e gli occhi, sempre rivolti altrove. Arrivarono nel cuore dei Sassi, in una sala conferenza di tufo dove si stava svolgendo questa due giorni di dibattiti organizzata da un centro studi internazionale. Da qualche anno a questa parte Matera si prestava moltissimo ad essere scenario e palcoscenico di grandi appuntamenti internazionali, la nomina a capitale europea della cultura le aveva dato una visibilità inedita e ancora più forte. A sera, dopo aver seguito buona parte dei dibattiti in corso, se ne andarono in un ristorante del centro, a pochi passi dal loro albergo. Antipasti, due secondi, una bottiglia di Aglianico ed una minerale. Fatte le ordinazioni, mentre risaliva freddo il silenzio tra i due, fu Veronica a rompere l’imbarazzo.

“Sei bravo con le ordinazioni, sai scegliere bene”
“Ormai da quando vivo qui ho imparato come si fa”
“E’ quel tuo amico cameriere che ti ha insegnato come fare?”
“Si, lui. Ma anche il fiuto. Ormai so riconoscere il falso dal vero.”
“Vedo che hai imparato anche a fare altro, da quando stai qui.”
“Non capisco, Veronica. Di cosa parli?”
“Sai bene a cosa mi riferisco.”
“No, davvero. Non so. “
“Ma come? Sei così intelligente e bravo nel lavoro e poi ti perdi nella tua vita?”
“Veronica, non complicare tutto con questi giochi di parole.”
“Non sono affatto giochi di parole…”
“Sta di fatto che io non ho capito.”
“E cosa non hai capito?”
“Le tue domande. La tua presenza qui. “
“Ecco, lo sapevo.”
“Cosa?”
“Sei cambiato. Non sei più lo stesso.”
“Sono sempre lo stesso.”
“No. Cosa ti è successo?”
“E’ successo che tra di noi è finita, Veronica. Questa è la novità della nostra vita.”
“Sei cambiato. Anche questa risposta. Ma perché?”
“Senti, inizio ad innervosirmi e non è il caso. “
“Fuggi. Continui a fuggire. Dalle domande, dai problemi, da noi, da me.”
“Veronica, ti prego…”
“No! Delle tue continue fughe io sono stanca.”
“Veronica, io e te non stiamo più insieme. Non sono fuggito io, è finito l’amore “
“E tu cosa hai fatto per trattenerlo? Sei scappato via come un vigliacco.”
“Con te è sempre la solita storia. Le paure che hai te le porterai sempre. Non è colpa degli altri se sei paranoica, se soffri della sindrome dell’abbandono, se non sai ammettere le tue responsabilità. Ma l’errore è stato il mio che ho sopportato sempre tutto di te, dall’inizio alla fine. “
“Sei crudele, non parlare così.”
“Servono parole di verità, per il tuo ed il mio bene. In questo labirinto in cui vuoi imprigionarmi io non ci voglio stare. Io non voglio più tutto questo dolore, questo affanno, sono stanco. Mentalmente e fisicamente. Di tutto. Di te. “

Silenzio.
Un profondo e cupo silenzio si alzò tra i due, come un muro. Nemmeno il tempo di far arrivare i piatti che Veronica era già fuori dal ristorante. Lui rimase lì, seduto, a giocare con il telefono e a consumare la cena. Il giorno dopo venne a sapere che Veronica aveva lasciato la camera alle 6 del mattino ed era andata via, verso Bari per prendere il primo aereo per tornare a Roma. Lui restò ancora lì, tra i Sassi della Capitale europea della cultura, a cercare di farsi scorrere addosso la rabbia e la delusione.  Verso le sette della sera si mise in macchina e se ne tornò a Potenza. Un nuovo lunedì di lavoro lo stava aspettando e dietro la curva c’era un nuovo sole pronto ad abbracciarlo.