“Nella testa di Antonio Infantino”, a Potenza la presentazione del libro di Walter De Stradis

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Sarà presentato venerdì 10 novembre (alle 17 e 30 presso la sala dell’Arco del Comune di Potenza) il primo libro interamente dedicato ad Antonio Infantino, «il personaggio musicale più intenso, complicato e originale che la Basilicata abbia partorito negli ultimi decenni (…) che ha ispirato molti artisti di fama nazionale ed è stato copiato a man bassa da altrettanti».

Si tratta de “Nella Testa di Antonio Infantino” scritto dal direttore di “Controsenso Basilicata” Walter De Stradis (giornalista e conduttore radiofonico esperto di world music), e pubblicato da Villani Editore.

All’incontro prenderanno parte –oltre all’autore e all’editore- l’assessore alla cultura del Comune di Potenza, Roberto Falotico e l’antropologo Giuseppe Melillo. La presentazione sarà moderata da Ugo Maria Tassinari, giornalista e scrittore, esperto di canzone popolare e politica.

Dall’introduzione del prof. Giovanni Caserta

«Qualcuno ha definito Antonio Infantino “il maestro dei maestri”. In verità non c’è nessuno che non abbia i suoi maestri. Nessuno nasce con la scienza infusa. Ciò che si è, in gran parte lo si è perché si diventa. Maestri lontani di Infantino sono Parmenide e Pitagora. Spesso egli fa riferimento ai riti orfico-pitagorici, al mondo della Magna Grecia. Ma non manca di spingersi verso il lontano Oriente, nel mondo pregreco. Dalle antiche religioni e miti, come da Parmenide e da Pitagora, deriva la convinzione che il Tutto è l’uno e l’uno è il Tutto. Carlo Levi ed Ernesto De Martino sono i suoi maestri “mediati”, anche essi procedenti dalla stessa concezione della vita, così come fu espressa nella filosofi a ed è implicita nella mitologia greca, sulle orme di Giambattista Vico. Levi, ispirandosi particolarmente a Parmenide, e poi ad Empedocle, considerava che un élan vital tutto avvolge e tutto coinvolge, compresi gli uomini, che in sé hanno l’anelito all’eterno e all’infi nito, cioè all’Essere, Dio o non Dio che sia. “Ab Jove principium” – egli afferma. Di qui i suoi collegamenti e le sue adesioni al citato Vico, a Giordano Bruno, a Spinoza, a Schelling, a Rosmini, a Gioberti, a Bergson, infine a Huizinga e a Ortega y Gasset. L’aspirazione implicita nell’anima umana alla vita e a un grado sempre superiore di vita, dà al pensiero di Levi una connotazione positiva. L’aspirazione all’Essere, infatti, è, per lui, l’aspirazione ad una umanità di giustizia e libertà, cioè perfettamente umana. Fraterna. Tale verità Levi trovò e verificò, materializzata, nella Lucania fuori del tempo e della storia, prestorica e, quindi, “al naturale”. Nella Lucania mitica, e non nella Basilicata storica, è, secondo lui, l’anima mundi, cioè l’umanità nelle sue radici perenni. Di qui la convinzione che tutti gli uomini sono “lucani”, perché “la Lucania è in ognuno di noi”. Se si vuole, in tale e tanto discorso, si possono trovare tracce dell’ottimismo illuminista e di Rousseau. Aderendo alle posizioni di De Martino, postosi, come egli stesso dice, alla ricerca del “substrato permanente”, Antonio Infantino, interpreta il mondo greco, orfico-pitagorico, come luogo della purificazione, cioè della terapia. Di ciò gli dà testimonianza immediata il luogo in cui è nato. Con tutte le sue manifestazioni di vita popolare, Tricarico era, per lui, traduzione e cuore di una larga umanità afflitta da profondi garbugli, dovuti alla condizione di servi sfruttati, schiacciati, rigettati verso la bestia. Era lo stesso mondo che si trovava in Brasile e che ritrovava san Francesco nelle campagne umbre. Infantino lo riscontra, in tempi moderni, anche tra gli operai di fabbrica, tra gli emigrati, e già nel lontano Oriente delle lontane religioni orientali, per esempio tra i sufi. In termini moderni si parla di stress, depressione, alienazione. Il problema della umanità/disumanità di Tricarico, come anche del Brasile e di tutti gli infelici del mondo, compresi, come si è detto, gli operai di fabbrica, era ed è quello di liberare e liberarsi dell’animale. L’animale o bestia, a Tricarico, è il ragno della “taranta”, fabuloso e immaginario, che bis o g n a cacciare via, come quando, la mattina di Pasqua, le donne lucane battevano col matterello, o con qualunque mazza, mobili e pavimento e tutta la casa, per cacciare, ad alte urla, il demonio. Ma perché questo possa darsi, bisogna che la musica, come la danza, sia essa pure irriguardosa delle regole, cioè “folle”. Si è lontano dal folklore. Come mezzo di espulsione dell’animale, cioè della bestia, ovvero del demonio, il ballo della “taranta” o “tarantola” ha un senso tutto mistico e religioso, traumatico. Di qui l’irritazione di Infantino quando gli vogliono far dire che il suo è folklore. “Il folklore – dichiara – è ciò che non tiene conto delle radici profonde“; folklore è indossare l’abito della nonna e ripeterne gesti e canti. E’ nostalgia, idillio, non tragedia, non bestemmia. Sul piano esistenziale, soggettivo, questo significava, per Infantino, una vita da “vagabondo” e da sradicato senza patria, alla ricerca di tutte le Tricarico del mondo. Egli è stato ed è un vagabondo, poco interessato alla costruzione di un futuro stabile e tranquillo, si direbbe borghese, tipico di chi, seduto sugli allori, raccoglie il frutto del suo lavoro o dei favori mendicati e ottenuti. Il suo modello di artista fu ed è Dario Fo, con cui collaborò a più riprese. Perciò la sua Musa è il sarcasmo, la beffa, lo sberleffo, dietro cui ride il Mistero Buffo. E’ un’arte che, secondo il monito di Orazio, ridendo dicit verum. Ma è il vero profondo e perenne, giacente al di là e al di qua del vestito che si indossa o della lingua che si parla; al di là e al di qua del luogo o del tempo in cui si vive. E’ il morso della “taranta”».