Lo scalatore. La voglia di arrivare (Capitolo 5)

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Veronica entrò in casa, si tolse le scarpe, gli orecchini e la giacca. Era stanca, si vedeva chiaramente, ma aveva la solita luce negli occhi che le illuminava il volto. La sua era una dote di natura, non aveva bisogno di molto make-up, era dotata di uno sguardo così bello e perfetto che quasi imbarazzava. Lui le andò incontro, si abbracciarono rapidamente per poi staccarsi ancora più velocemente.

“Ah! Sei qui.” “Si, sono tornato poche ore fa. Sono passato prima dai miei e poi sono venuto a casa.” “E’ da ieri che non ti fai vivo, ti avevo già dato per morto” “No, niente affatto. Sono vivo, non lo vedi?” “Si, lo vedo. E vedo che le mani ti funzionano bene. E anche la voce. Forse hai perso il mio numero di telefono?” “Dai non esagerare, come al tuo solito” “E tu non sminuire sempre tutto, come al tuo solito. Ma ti ascolti quando parli?”

Era calato il gelo tra i due. Senza nemmeno doversi affaticare troppo, lui e Veronica stavano già litigando. In verità erano settimane che andava avanti così, forse mesi. La prima volta fu di ritorno da un weekend all’Isola del Giglio, poi durante n breve viaggio a Napoli. Non erano litigate normali, di quelle anche dure ma che poi finiscono in breve tempo seduti ad una cena con il vino buono. C’era dell’altro tra i due. O forse è meglio dire che non c’era più altro, tra i due. Veronica andò in cucina, prese una bottiglia di acqua dal frigo e si riempì un bicchiere. Lui la guardava, cercando di dimenticare quanto fosse bella, ma non era facile. Prese fiato, le parole avevano urgenza di uscire ma non avevano la forza. Poi, mentre Veronica stava andando in bagno, le disse: “Veronica, è inutile girarci intorno. Tra me e te qualcosa si è rotto.” “Ah si?” “Si, Veronica. Sono mesi che va avanti questa storia. Da parte tua sento un astio nei miei confronti. Ho retto finché ho potuto ma credo davvero di essere arrivato al limite” “Ma tu senti questo! A te la Basilicata ti fa male! Tutto quel freddo ti ha dato alla testa, mi sa…” “No, Veronica. Sono serio e ti sto parlando seriamente. Non ti rendi conto che queste nostre litigate sono ormai l’unico modo che abbiamo per parlarci?” “Certo che mi rendo conto. Ma.”.

Senza farle finire la frase, lasciandola a mezzo respiro le disse: “Ma cosa? Ma pesi che sia normale tutto ciò? Credi che si possa andare avanti così? Io no. Io non ci sto. Io così non ci riesco. Non fa per me. Io così non vado da nessuna parte. Io mi fermo qui.” Lei si irrigidì, il suo sguardo si fece cupo fino a trasformarle il volto. “Io non capisco – disse quasi sottovoce- non capisco davvero cosa stia succedendo…” “Sta succedendo quello che abbiamo sempre combattuto. Che fine abbiamo fatto, Vero? Che fine ha fatto quella passione bellissima che ci unì? Che fine hai fatto tu, Veronica? Tu, le tue paure, le tue cicatrici che non hai mai voluto sanare? Io ti ho aspettata, dio solo sa quanta forza mi è servita per farlo.” Veronica si sedette sul divano con le gambe tenute strette tra le braccia. “Che vigliacco, mi stai rinfacciando tutto. Non puoi tirare in ballo anche il mio passato, solo perché hai deciso di mollarmi.” “No no no, mia cara. Non è a me che dei fare questo discorso. Io ho accettato tutto, il tuo passato e lo scotto da pagare. E te l’ho dimostrato, sempre. Quindi non cambiare argomento.” “E di cosa dobbiamo parlare, amore mio? Di cosa?” “Di me, una volta tanto. Di me. Ti sei ma chiesta cosa sono stati per me questi tre anni? Ti sei mai chiesta come ho vissuto questo tempo con te? O contano solo i weekend, le vacanze a casa tua in Sardegna, il Natale con i miei nipoti e le feste a casa dei tuoi? Ma del mio cuore, della mia stanchezza, del mio respiro che si faceva sempre più affannoso, te n’è mai fregato nulla?” “Questa storia inizia a non piacermi…davvero. Questo è un film che ho già visto..” “No, Veronica. Questa è un’altra storia. Io sono un’altra persona e questa non è Milano. Solo tu sei sempre stata la stessa, identica alle tue cicatrici. Insieme le abbiamo curate, disinfettate, ma alla fine tu sei diventata come loro. La tua paura ha vinto sui sentimenti e la leggerezza. Ricordo ancora quella frase di Calvino che ripetevi sempre: «Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». E tu che hai fatto? Hai appesantito il tuo cuore ed il mio con tutta la carica delle tue insicurezze, dalle quale non ti sei voluta liberare mai.” “Ti prego, smettila!” Gli disse, urlandogli in faccia tutta la rabbia che aveva in corpo.

Lui si voltò dall’altro lato, con gli occhi lucidi ed il volto tirato. Non sapeva che fare, non sapeva cosa dire. Lasciò fare al silenzio in quei secondi che sembravano interminabili. Non era abituato a tutto ciò, non era fatto per lo scontro frontale, non era pronto al distacco da lei. Dentro gli si agitava qualcosa, una sensazione mista ad adrenalina e stanchezza, ma al tempo stesso sentiva che il peso delle parole era quello giusto, che la sola cura per quel dolore era la parola, la verità. Doveva liberarsi del peso che sentiva sul petto, non poteva più reggerlo, ma soffriva a vederla piangere. Il senso di colpa, maledetto che non lo abbandonava mai. Colpa dell’educazione ricevuta da bambino, che lo ha reso responsabile e ligio al dovere, ma mai libero di poter scegliere per sé stesso e per il suo bene. Quella notte dormirono senza sfiorarsi, dopo due giorni Veronica era alle prese con un nuovo trasloco ed un nuovo rimpianto. In tutta settimana lui restò a Roma, per ragioni di lavoro e per non scappare come un codardo dagli ultimi atti del loro amore.

Ogni tanto pensava a Potenza, al cameriere jazzista ed al tassista, con una strana ed inedita nostalgia. Il martedì successivo andò presto in stazione per prendere il treno e scendere giù, lì dove tutto era nuovo e nulla era suo. Quella fu la prima volta che viaggiò con la voglia di arrivare presto e perdersi completamente in quel piccolo mondo.