L’importanza di chiamarsi Guaita

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Foto di Pietro Mancino

In un giorno caldo d’agosto del 1905, alcuni studenti universitari e delle superiori, che non volevano saperne di ginnastica e scherma, sport molto in voga in quegli anni in Argentina, decisero di fondare una squadra di calcio e di chiamarla Los Estudiantes de la Plata, chiamata poi solo Estudiantes e diventata una delle squadre più vincenti del calcio argentino. Con un rapido giro di orologi, dobbiamo arrivare al 1931: l’anno in cui arrivò il professionismo nello sport introdotto dai genovesi che abitavano il quartiere de la Boca, i xeneizes, per far partire ufficialmente la storia dell’Estudiantes, che schierava in campo una delle linee offensive più forti di sempre: Lauri-Scopelli-Zozaya-Ferreyra-Guaita, più noti come Los Profesores (i Professori). Per l’indimenticabile giornalista Felix Daniel Frascara erano “la più grande espressione dell’arte collettiva in un campo di calcio”, Il quotidiano El Clarin nel 2002 ritornerà a raccontare i 5 dell’Estudiantes, con un articolo molto bello dal titolo “La cátedra del fútbol”, definendoli come “La formidable delantera”.

Ed è a La Plata, la città capoluogo della provincia di Buenos Aires, che inizia questa nostra storia di calcio, che ha vissuto diverse latitudini, e che oggi ha come scenario lo stadio Viviani di Potenza e tutti gli altri campi del girone H della serie D. Dobbiamo però fare prima un passo indietro nel tempo e rammendare le immagini e le parole per raccontare meglio uno dei due personaggi di questa storia: Enrique Guaita. Soprannominato El Indio, per la sua carnagione olivastra, divenne subito titolare dell’Estudiantes, dove mise in mostra tutta la sua forza e le doti da vero attaccante di razza. Prelevato poi dalla Roma, segnò ben 14 reti in 32 gare, e 28 in 29 gare nella stagione seguente, guadagnandosi l’appellativo di “Corsaro Nero” dopo aver steso il Livorno con una tripletta, nella partita in cui la squadra della Capitale giocò con una maglia nera, indossata per potersi distinguere dai colori amaranto dei toscani.

Enrique Guaita, bisnonno di Leo

Divenne italiano, giocò il mondiale del 1934 con la nazionale allenata da Pozzo, e lo vinse. Enrique ha lasciato in eredità molte cose che ora appartengono a tutti: dai ricordi alle giocate straordinarie, ai gol messi a segno a Roma o a la Plata. Il suo talento, come tutte le cose che riguardano la genetica, appartiene ad una sola persona: Leandro Guaita, detto Leo, il secondo protagonista di questa storia.

Il numero 32 del Potenza, calciatore dalle indubbie qualità tecniche e atletiche, rientra tra i pochi sportivi che, pur giocando in una serie cosiddetta “minore”, porta il calcio a livelli artistici e poetici. Guaita lo riconosci subito non solo per il suo sguardo o per il numero della maglietta che indossa, ma perché ha un vento speciale, diverso, che lo caratterizza. Corre con abilità e prudenza a pochi passi dalla linea del fallo laterale, sa difendere e sa bene quando puntare dritto verso l’area di rigore.

Sa aspettare la palla, sa farsi trovare pronto quando serve, sa esattamente dove piazzarla per favorire i compagni in attacco. Corre con passi felini, protegge la palla, difende il vantaggio, danza sul rettangolo verde come un tanguero in una milonga. Ad ogni suo passo, in ogni suo movimento, si può ascoltare la voce di Carlos Gardel che risuona sullo sfondo. Come un ottimo ballerino sa usare ogni mossa: il boleo, il cabeceo, la barrida, la salida. Vederlo giocare è uno spettacolo per gli occhi, il sangue si riscalda ad ogni mossa e la mente sogna superando i confini del reale.

Con una mirada, altra grande arte sottile e complessa del tango, punta la porta o l’avversario. La sua ronda è ubriacante e senza sosta, quando poi la sua corsa si incrocia con i movimenti di Carlos França può essere micidiale per chiunque si trovi a difendere la palla in quel momento. La combinazione dei due stili, ormai già nota come “Tangoeira”, è uno dei punti di forza di questa squadra. Guaita sa farsi terminale di gioco e playmaker di grande abilità: il talento non gli difetta e lo sa gestire con misura e determinazione. Nel gioco di mister Ragno, uomo concreto e di parole precise, Guaita è indubbiamente uno degli assi portanti, guardando come si muovono gli undici in campo si capisce bene il perché. Suda, resta lucido, anticipa le mosse, gioca un calcio intelligente e arguto. Dal 2004, anno in cui fa le valigie e si trasferisce in Europa, ad oggi, l’argentino classe 1986 ha attraversato meridiani e paralleli differenti, giocato in più continenti, mettendo in mostra la sua classe ed i suoi piedi buoni. Ora la sua casa è a Potenza, la città che lo ha accolto con entusiasmo e rispetto; la sua maglietta è quella rossoblù.

Diceva Albert Camus, francese nato in Algeria e premio Nobel per la Letteratura, che “non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio“. Con Guaita il calcio non è solo un luogo ideale di felicità ma diventa palcoscenico di bellezza e passione. Per questo Potenza, che ha ripreso a correre e a sognare, le scarpette bianche dell’argentino sono una buona ragione per continuare a credere e non smettere di sperare che l’alba che verrà possa essere quella del suo giorno migliore.