Da domani obbligo per 135 aziende lucane di indicare provenienza del latte

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Per i titolari delle 135 aziende lattiero-casearie lucane e per l’intera filiera del latte quella di domani è una data storica: scatterà domani l’obbligo di indicare sull’etichetta del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari realizzati in Italia la provenienza della materia prima. Una vera e propria sperimentazione, come ha ricordato il ministero delle Politiche Agricole, con la quale sarà possibile indicare con chiarezza al consumatore la provenienza delle materie prime di molti prodotti come latte UHT, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini. Un provvedimento – sottolinea la Cia di Basilicata – fortemente voluto ed atteso da allevatori e maestri caseari che portavano avanti l’antica tradizione della trasformazione del latte.

Le aziende di trasformazione censite dall’Alsia – riferisce la nota – sono distribuite con una maggiore incidenza nel Potentino (90 aziende) rispetto al materano (45), ed organizzate in maniera da presentare all’interno della propria struttura ogni fase della filiera a partire dall’allevamento (46% delle aziende lattiero casearie).

L’approvvigionamento avviene generalmente attraverso il ritiro di latte al di fuori dell’azienda. I prodotti lattiero-caseari di punta sono i formaggi freschi a pasta filata, e poi il formaggio stagionato, come il caciocavallo, il canestrato e il pecorino.

Le aziende che concorrono alla produzione dei formaggi tutelati aderiscono anche ai corrispondenti Consorzi di tutela (Consorzio di Tutela del Pecorino di Filiano DOP, Consorzio di tutela del Canestrato di Moliterno IGP e Consorzio di Tutela del Caciocavallo Silano DOP) costituiti per difendere e tutelare la produzione e il commercio del formaggio e l’uso della sua denominazione nel rispetto ed osservanza del disciplinare di produzione della DOP, nonché per promuovere ogni utile iniziativa intesa a salvaguardare la tipicità, la genuinità e le caratteristiche peculiari del prodotto, oltre a diffonderne il consumo, agevolarne il commercio e l’esportazione.

Con l’obbligo dell’etichetta – sottolinea la Cia – si supera però solo uno degli elementi di fragilità della filiera segnata da forti criticità, di cui la più forte è sicuramente la remunerazione, penalizzata in particolare dalla tipologia di conferimento, laddove i produttori, mancanti di laboratori di lavorazione e trasformazione propri, sono vincolati ai caseifici locali tramite accordi commerciali diversi e meno vantaggiosi di quelli previsti dalle grandi aziende del latte. Se a ciò si aggiunge il costante aumento dei costi dei mezzi di produzione, in primis del gasolio, il cui costo al litro ha subìto un aumento notevole negli ultimi anni, l’aumento dei mangimi, dei fertilizzanti e perfino il costo consortile dell’acqua, si configura un quadro non roseo per il sistema d’allevamento zootecnico lucano.

Discorso diverso, invece, per gli allevatori organizzati in sistemi di conferimento di respiro nazionale, come quelli individuati nell’area di Bella-Baragiano, che conferiscono alla cooperativa Granlatte facente capo a Granarolo la cui struttura, oltre a garantire un presidio dell’intera filiera produttiva insieme ai produttori, favorisce una programmazione mirata e fortemente orientata alla qualità, che si traduce per le aziende conferenti in una migliore e più sicura remunerazione.

Un altro aspetto che incide negativamente su questo tipo di produzioni è rappresentato dallo scarso grado di infrastrutturazione (viabilità interpoderale, elettricità e gas) che ancora caratterizza molte delle zone rurali più interne limitando la competitività degli agricoltori lucani.

La produzione del latte in Basilicata presenta dunque ancora diversi aspetti di debolezza, sia al livello primario che negli altri due segmenti della filiera. Per ora – dice la Cia – guardiamo il bicchiere mezzo pieno: un argine all’inganno del falso Made in Italy con tre confezioni di latte a lunga conservazione su quattro vendute in Italia che sono stranieri, così come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero; prima dell’obbligo di etichetta si sono vendute persino “mozzarelle blù”.

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